Giustizia, Meloni battuta: il referendum diventa un voto su di lei

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Il referendum sulla giustizia si chiude con un dato che il governo farà fatica a relativizzare: per Giorgia Meloni è una sconfitta politica prima ancora che tecnica. Il punto non è soltanto che gli elettori abbiano respinto una riforma presentata come centrale dall’esecutivo; è che quel voto, strada facendo, ha smesso di riguardare solo l’architettura della giustizia ed è diventato un giudizio sulla forza della premier e sulla capacità del centrodestra di trasformare una battaglia di principio in consenso reale.

A poco sono valse le dichiarazioni della stessa Meloni, che ha tentato di scollegare il referendum dalla tenuta del governo. Per una parte rilevante dell’opinione pubblica, infatti, quel voto era ormai diventato un test diretto sulla sua leadership.

Questo spiega perché il risultato pesi più della riforma stessa. Anche perché la riforma, al di là della propaganda, non appariva in grado di incidere davvero sui problemi strutturali della giustizia italiana. Era soprattutto un segnale nei confronti della magistratura, ma molti l’hanno percepita come una misura non risolutiva rispetto al vero nodo: accelerare una giustizia che in Italia resta cronicamente lenta. Se il cuore del problema resta intatto, allora la sconfitta non può essere letta come un semplice incidente tecnico su un testo complicato. Diventa, inevitabilmente, una sconfitta di linea politica.

Il centrodestra, in fondo, si è ritrovato schiacciato proprio qui. Ha chiesto agli elettori di mobilitarsi su una riforma complessa, difficile da spiegare e ancora più difficile da far percepire come urgente nella vita quotidiana. Il centrosinistra, invece, ha avuto il merito politico di capire che quel referendum poteva diventare altro: non tanto un voto sulla giustizia, quanto un’occasione per dimostrare di essere ancora vivo, di colpire il governo e di ritrovare un terreno comune.

Ma dentro questo voto c’è anche qualcosa di più profondo della sola battuta d’arresto di Meloni. Riemerge infatti un tratto antico della politica italiana: la difficoltà del Paese a riformarsi davvero. In Italia, troppo spesso, ogni cambiamento strutturale viene vissuto più come minaccia che come possibilità. Vale per molte grandi opere, vale per molte scelte energetiche, vale anche per riforme che, pur deboli o incomplete, finiscono per essere respinte in blocco. In questo senso, il referendum sulla giustizia non racconta solo una sconfitta del governo: racconta anche un’Italia che continua a reagire al cambiamento con un riflesso difensivo, quasi immobilistico.

Questo non significa che ogni riforma bocciata fosse necessariamente buona, né che ogni resistenza sia irrazionale. Significa però che nel nostro sistema politico tende a prevalere un meccanismo di veto quasi permanente, per cui la risposta più immediata a qualsiasi proposta di cambiamento è spesso il rifiuto. E ciò finisce per produrre un paradosso: anche un Paese che avrebbe bisogno di essere corretto, modernizzato e reso più efficiente continua a bloccarsi proprio nel momento in cui sarebbe chiamato a scegliere.

Il tutto quindi si sposta, così come avvenuto anche nel 2016 con il referendum che portò alle dimissioni di Renzi, alla sola questione politica. La sconfitta, per quanto pesante, non va però scambiata per un terremoto istituzionale. Oggi non ci sono le condizioni politiche per immaginare un ritorno rapido alle urne. Meloni aveva già escluso l’ipotesi di dimissioni in caso di sconfitta e la sua coalizione conserva comunque una maggioranza parlamentare robusta. Soprattutto, dentro il centrodestra non si intravedono figure in grado di contestarne davvero la leadership. Sono finiti, almeno per ora, i tempi delle crisi di governo costruite in Parlamento, anche perché manca una reale convenienza, da parte dei membri della maggioranza, ad aprire una crisi che potrebbe mettere a rischio molte posizioni in vista delle prossime candidature.

Il referendum sulla giustizia lascia quindi in eredità una verità scomoda per il governo. Meloni deve stare più attenta, perché non appare più invincibile come fino a poco tempo fa. E questo pesa in una fase che avvicina progressivamente il Paese alle prossime elezioni politiche previste, salvo scosse anticipate, nel 2027. Non perde il potere, ma perde qualcosa che in politica conta quasi quanto: l’aura dell’inevitabilità. E quando una riforma non convince, non risolve e alla fine viene respinta, il problema non è più soltanto la riforma. Il problema diventa chi l’ha voluta, chi l’ha caricata di significato politico e chi ora deve spiegare perché si sia trasformata in una sconfitta così netta.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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