Dopo che, secondo quanto emerso, alcuni aerei statunitensi diretti verso il Medio Oriente avrebbero comunicato i loro piani quando erano già in volo, senza la preventiva autorizzazione italiana, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato l’utilizzo della Base di Sigonella. Palazzo Chigi ha poi ribadito che sulle basi militari ogni richiesta viene valutata “caso per caso”.
Al netto della dimensione tecnica della decisione – legata al mancato rispetto delle procedure previste dagli accordi – la vicenda di Sigonella non racconta tanto la forza del governo, quanto la sua difficoltà. Il no opposto all’utilizzo della base siciliana per operazioni legate alla guerra in Iran è stato infatti letto e raccontato come un segnale di fermezza. Ma è proprio questa narrazione che solleva più di un dubbio.
Ed è la stessa nota ufficiale di Palazzo Chigi a rendere evidente l’ambiguità. Da un lato si rivendica una linea “chiara e coerente”, dall’altro si insiste sul fatto che “nulla è cambiato” e che non vi sono tensioni con gli Stati Uniti. Ma se nulla è cambiato, allora non c’è alcuna prova di forza. Se invece si tratta di una scelta significativa, è difficile sostenere che tutto rientri nella normale amministrazione. È questa, in fondo, l’impressione che la comunicazione del governo finisce per trasmettere: quella di voler mostrare decisione senza assumerne fino in fondo il peso politico.
Se il governo guidato da Giorgia Meloni avesse davvero avuto una linea limpida, l’avrebbe dichiarata prima, non dopo. Avrebbe chiarito subito che l’Italia non intende essere coinvolta, neppure indirettamente, in un allargamento del conflitto. Invece tutto dà l’impressione di un esecutivo che rincorre gli eventi, che si irrigidisce solo quando il caso esplode e che poi lascia che quella rigidità venga percepita come prova di sovranità. Più che una scelta strategica, un riflesso difensivo. Più che una postura, un affanno.
Ed è qui che affiora il fantasma di Sigonella, quello vero. Il precedente del 1985, quando Bettino Craxi trasformò quella stessa base in un simbolo politico, sfidando apertamente Washington e rivendicando una linea chiara, consapevole, sostenuta fino in fondo.
È questo il modello che oggi il governo vorrebbe evocare? Forse sì, almeno sul piano comunicativo. Ma il paragone, se davvero lo si vuole richiamare, è impietoso. Craxi costruì uno scontro politico e lo sostenne apertamente; qui si vede soprattutto il tentativo di trasformare un episodio tecnico in una narrazione di forza. Non una dottrina di politica estera, ma una gestione comunicativa.
Anche perché, nelle stesse ore, l’Italia si associa alle posizioni europee che richiamano il rispetto del diritto internazionale e la responsabilità degli Stati. Un linguaggio che presuppone coerenza e visione, non improvvisazione.
Se davvero Palazzo Chigi vuole dimostrare di avere una linea, la mostri con continuità, davanti al Parlamento e agli alleati. Altrimenti Sigonella resterà soltanto questo: non un gesto di forza, ma una debolezza presentata come fermezza.


