Colpi di Marco: Lettera ad Adriano Sofri.

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Adriano Sofri, a Pisa stavamo sul fronte opposto: tu in Piazza Garibaldi, ed il sottoscritto in Via San Martino. Qualche sciocco lo aveva definito il tempo del eskimo e del loden, ma se l’eskimo proletario lo indossavate voi chi scrive non ha mai visto il borghese, e caro, loden. Nelle case di Sant’Ermete, per quel pugno di persone residenti oltre il cavalcavia dove già il pranzare era considerato una ricchezza, il loden era un elemento sconosciuto nei nostri piccoli armadi. Abitavo in una di quelle case dove in 3 stanze vivevamo in 6, vestito con i panni del mercato, le scarpe ultra risolate, ed i calzini rammendati dalla mamma. Un libro di testo nuovo era il sogno irraggiungibile. Com’è strana la vita, eh, Adriano? Tu, compagno di Lotta Continua, difendevi il proletariato vestito da damerino, ma io missino e fascista ero il più proletario di tutti. Un quiproquo. Forse la storia non sta scritta sui libri, o almeno non tutta. Avevamo ragione noi, avevate ragione voi, ma da inconsapevoli e colpevoli ambedue riuscimmo a dare ragione a Filippo il Macedone: dividi et impera. Però ci credevamo, al punto di saltare una lezione per scrivere e distribuire un ciclostilato, oppure di rinunciare alle Nazionali per comprare un pennarello. Rosso il tuo, nero il mio. Fummo ciechi e non lo sapevamo, ognuno credeva di avere la verità in tasca, ma non eravamo dei messia. Però ci credevamo. Se oggi dovessimo chiedere, a qualsiasi giovane della nostra età di allora, perché sei in Piazza? Già sarebbe un successo se uno tra cento sapesse rispondere. Perché sono figli di una débâcle politica figlia di cento madri e noi, oggi nonni, non abbiamo lasciato alcuna eredità. Davamo noia, forse siamo stati un fastidio da eliminare, ma non capimmo di esserci eliminati tra di noi. Colpevolmente, perché non prendemmo in considerazione come le nostre idee funsero da giustificazione per le teste calde, e tu, più di tutti, hai pagato per questo. Come pagai io, piangendo i troppi Sergio Ramelli. La politica non fa più per me, Adriano, ma pure tu non te la passi meglio. I cineforum ed i dibattiti sono seppelliti nella memoria, l’ego sum impera ed i telefonini hanno soppiantato i ciclostilati, in questo qualunquismo i nuovi Ciompi sguazzano sopra le macerie. Nietzke e Marx possono finalmente tendersi la mano, almeno noi ne siamo fuori in questo mondo incamminato verso la fine.

Ti abbraccio, Compagno, lascia che sia un abbraccio da un Camerata.

Marco Vannucci

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