Colpi di Marco: Le nostre tradizioni, i nostri valori, per una buona Pasqua.

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…I valori, le tradizioni, i ricordi che mi rifiuto di ammainare perché sono la bandiera della mia vita, ma quella bandiera!”.

Indebitamente prendo in prestito la frase citata da Giorgio Almirante, tratta da un suo famoso comizio, con la quale il leader del MSI infiammò la piazza da par suo. Fu un grande dicitore, Almirante, parlava “a braccio” affinché il suo cuore dettasse le parole.  Pure Andreotti ne riconobbe la capacità dell’arte oratoria, accadde al termine di un intervento, di Almirante, in difesa parlamentare contro le accuse di ricostituzione del partito fascista. Era il 1979, 8 ore d’intervento inchiodando i deputati ai loro scranni. Vescica di ferro, qualche collega buontempone lo appellò cosi, non avevano capito la passione dell’uomo nel difendere i propri ideali, i propri valori e le proprie idee, il Segretario missino avrebbe potuto continuare all’infinito finchè pure l’ultimo della fila, il più distratto, non uscisse persuaso delle sue motivazioni. Confrontare un gigante, come lo fu Giorgio Almirante, con i parlamentari di oggi sarebbe impietoso per la serietà, la bontà delle idee, l’onestà intellettuale.  Buona Pasqua, Giorgio, buona Pasqua Segretario, queste righe estratte dalla mia memoria più intima, scritte un po’ di tempo fa, le dedico a te. Nel rispetto e nella condivisione di quei Valori che m’insegnasti, come le tradizioni, le idee, come amare la Bandiera… Ma quella Bandiera di Bianco, di Rosso, e di Verde vestita.

Era Pasqua

Mamma iniziava il suo ciabattare con le prime luci del giorno ed io sapevo, da lì a poco, mi avrebbe svegliato per fare il bagno. Della famiglia ero il più piccolo, quindi toccava a me lavarmi per primo sfruttando l’acqua calda. Brevi accortezze per il cocco di casa, qual ero, ed io ne approfittavo. Bagno svelto affinché il boiler non consumasse i litri a disposizione per i miei fratelli, ma eravamo in tanti e con l’acqua via via nel raffreddarsi, per l’ultimo, era una tortura anziché un piacere. Per ripicca mi fregavano le sigarette con la scusa di dirlo al babbo, in casa non potevo fumare, mi prendevo la rivincita sbirciando le loro riviste osé paventando, a mia volta, di fare la spia alla mamma. Bagno, asciugamano, borotalco: l’accappatoio era sconosciuto, faceva funzioni l’asciugamano grande. Lavato, lindo ed infarinato da capo ai piedi col talco, iniziava il rito del vestito nuovo che il più delle volte nuovo non era. Passato di fratello in fratello, secondo la crescita, dava l’idea del nuovo per l’accortezza di mamma nel nasconderlo dentro l’armadio per un certo periodo. Ho sempre pensato lo facesse per la gente, nella speranza che avesse dimenticato l’appartenenza precedente, comunque sia il vestito era quello e tale doveva apparire come nuovo. Girati, voltati, fatti vedere. Ti stringe, ti sta largo, ti cade male. Come un damerino nelle mani di Coco Chanel intuivo la fine della passarella dal suo sorriso, immancabilmente interrotto da un imperativo: fermati! Fammi dare un altro puntino qui… L’avesse misurato qualche giorno prima avrebbe profanato il rito del vestito per Pasqua, ma io quel sorriso lo porto ancora nel cuore.

Le scarpe, almeno quelle, erano nuove per davvero. Guai a te se ti vedessi giocarci col pallone! E nel dirlo, mamma, mimava il gesto di uno sganascione che arriva subito dopo per la legge non scritta del meglio prevenire anziché curare. Telefono azzurro non esisteva, va beh… in casa non avevamo neppure il telefono e se avvertivi il maestro, a scuola, rischiavi di prenderne un altro da lui. E stavi zitto. Sia con il Maestro e, soprattutto, a casa perché, per i miei genitori, il maestro, era un’autorità ed aveva ragione a prescindere. Un solo maestro per le elementari ma non sono venuto un cretino. Non esisteva neppure l’assistente di sostegno però nessuno, in tutta la scuola, si suicidò per questo. Vestito, scarpe, cappottino e via alla Santa Messa. Mi chiedevo il perché dovevo vestirmi di tutto punto per poi indossare la tunica di chierichetto, ma il suonare le campane, attaccato alla corda per sollevarmi in alto, era un’emozione da ripagare ogni sacrificio. Alle 13, al tocco come si dice in Toscana, il pranzo era pronto. Se fossi stato in cortile l’attuale squillo di un telefonino era l’urlo di un genitore ad avvertirti di correre a tavola. Ed io, contento, m’affrettavo per andare a mangiare quelle leccornie che avrei rivisto soltanto a Natale, insieme a chi oggi rivedo solo nei miei sogni. Buona Pasqua.

Marco Vannucci

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