Pietro Germi, maschera e dominus. Quando il cinema italiano…

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“C’era una volta il cinema” sarebbe un giusto attacco, ma verrebbe considerato fané, lamentoso e poco updated. Tuttavia la settima arte si nutriva di atmosfere, echi, risonanze impossibili da riprodurre, men che meno nell’era della rete, determinanti nel creare una fascinazione oggi definitivamente terminata.

Pietro Germi nacque a Genova nel 1914, seguito da tre sorelle, figli di una coppia di piccolissima borghesia. Le notizie sul suo conto sono scarne e lo ritroviamo presto a Roma, al Centro sperimentale di cinematografia. Sceneggiatore e attore nell’era del neorealismo, già trentenne si diede alla regia con un noir inquietante, “Il testimone” e si mise ulteriormente in luce con “In nome della legge”, del 1949 (sceneggiato anche da Federico Fellini), con Massimo Girotti (star di impronta viscontiana) e l’autorevole francese Charles Vanel, uso a praticare i set italiani: esso segnerà l’inizio del suo interesse verso la Sicilia iconica, terre riarse, donne in nero e uomini in coppola.

Strutturato quasi come un western, a mezzo tra denuncia sociale, dramma d’amore e storia eroica, il film è alquanto disarticolato.

Seguì, in termini di avanguardia tematica,  “Il cammino della speranza” con Raf Vallone, storia di migranti italiani clandestini che tentano di arrivare in Francia, ricorrendo a trafficanti senza scrupoli.

Germi si propose anche come attore, presentando il suo sguardo severo e la sua recitazione asciutta in alcuni capolavori di tipo hardboiled come “Un maledetto imbroglio” (1959), con Claudia Cardinale in rampa di lancio,  e “Il rossetto” (1960) nelle vesti di un poliziotto della omicidi di modi ruvidi e, soprattutto, sempre autodirigendosi, nel memorabile “Il ferroviere” del 1956: storia di un macchinista portato al bicchiere di troppo e della umile società che gli ruota intorno, con i drammi familiari e professionali che agitavano il proletariato del tempo e una stoccata ai sindacati altezzosi. Si tratta di un neorealismo meno pietistico e scenografico della media, quasi stilizzato, senza compiacimenti.

Germi ne “Il ferroviere” con Saro Urzì

Tra gli altri, si ricorda particolarmente “L’uomo di paglia”, 1958, melodrammone sulla storia di un uomo diviso tra moglie e amante.

Corroborato dal successo, di cui sprezzava la mondanità, Pietro diresse due pellicole che gli diedero la celebrità internazionale.

“Divorzio all’italiana”, protagonista Marcello Mastroianni, del 1961, appare come un assist alla battaglia a favore del divorzio vero, in Italia ancora un tabù, mettendo alla berlina il cosiddetto “delitto d’onore” in terra sicula; “Sedotta e abbandonata” del 1964, con l’emergente Stefania Sandrelli, un dileggio alle mentalità tribali che volevano la donna screditata sulle sue libertà sessuali e la messa in scena dei falsi rapimenti di ragazze a scopo matrimonio.

Daniela Rocca (1937/1995), interprete, nel primo, della moglie di cui Mastroianni vuole liberarsi, ebbe con Germi un’infelice storia d’amore, che la portò a decadere nella vita e nella carriera.

Si è detto che Germi avesse un rapporto controverso con la mentalità dell’Italia meridionale, ma in realtà era la terra sicula sotto la sua lente, ritenendo egli che i siciliani rappresentassero, sia pure in termini paradossali ed estremi, l’italianità in generale.  I suoi lavori tireranno la volata a colleghi come Damiano Damiani, regista di “La moglie più bella”, (1970), con Ornella Muti, e Mario Monicelli, già celebre, che trattò l’argomento in chiave comica con “La ragazza con la pistola” (1968), protagonista Monica Vitti, nello stesso periodo in cui gli italiani venivano travolti dalla vicenda di Franca Viola, di Alcamo (Trapani) ancora oggi considerata un eroina per aver rifiutato di sposare il suo rapitore, scegliendo un uomo di cui era realmente innamorata; ma i film di Germi insinuano altri pensieri, ridando fiato anche a chi riteneva che il ratto servisse a evitare le spese di nozze fastose.  In definitiva, la maestria di chi studiava tali pellicole andava a confermare l’immagine dell’Italia primordiale e selvaggia tanto cara a Hollywood e così gradita al resto del mondo.

Nondimeno Germi rifiutava etichette di sinistra, per questo venendo felpatamente contestato dai critici schierati, ovvero dalla maggioranza di loro.

La stagione del cinema italiano dei primi decenni del dopoguerra è stata esplosiva e magnificente grazie a un lavoro corale forse irripetibile, con musicisti di vaglia e professionisti della recitazione oggi dimenticati come Roldano Lupi, Claudio Gora, Leopoldo Trieste e  Saro Urzì, questi particolarmente amati e spesso scelti da Germi.

Gli ultimi suoi film segnalano un cedimento alle esigenze del tempo, non sempre centrando il bersaglio.

Si tratta di “Serafino” (1968), in cui l’agreste metafisico interpretato da Adriano Celentano decide di sposare una prostituta; “Le castagne sono buone”(1970), protagonista un Gianni Morandi a disagio nel ruolo di un regista televisivo che stenta a conquistare una giovane universitaria di sani principi; e, infine, “Alfredo Alfredo”, per cui venne convocata la star in ascesa Dustin Hoffman, sul complesso rapporto tra uomini e donne negli anni settanta e un altro “lancio”, ma più disincantato, a favore del divorzio, da poco approvato nel nostro paese.

Questo è il nostro ricordo di un artista valente e schivo. Vedovo e risposato, padre di quattro figli, Pietro se ne andò nel 1974.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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