È brutto da dire, ma forse politicamente necessario: quanto accaduto tra Donald Trump e Giorgia Meloni non può essere liquidato soltanto come l’ennesima uscita sopra le righe del presidente americano. Sarebbe troppo comodo. E, soprattutto, sarebbe una lettura incompleta.
Trump è fatto così. Piaccia o non piaccia, la sua comunicazione è ruvida, diretta, spesso brutale. A volte irritante, a volte perfino sgradevole. Ma non è un mistero. Non lo si scopre oggi e non lo scopriva certo Palazzo Chigi al G7. Chi si espone molto accanto a lui sa, o dovrebbe sapere, che quella vicinanza può trasformarsi rapidamente in un problema.
Il punto, dunque, non è solo ciò che Trump avrebbe detto di Giorgia Meloni. Il punto è capire perché la politica italiana abbia scelto di caricare così tanto quella relazione, quella fotografia, quella prossimità. Perché se un leader è noto per usare parole pesanti anche verso interlocutori considerati amici, allora l’eccesso di esposizione diventa un rischio calcolato. E se il rischio poi si realizza, non si può fingere sorpresa.
Meloni ha smentito con decisione la ricostruzione attribuita a Trump. Ed è giusto riportarlo. Ma il problema politico resta: l’immagine della premier accanto al presidente americano era stata letta, raccontata e forse cercata come segno di centralità. Poi, nel giro di poche ore, quella stessa immagine è diventata terreno di imbarazzo.
Qui non serve dipingere Trump come un mostro, né Meloni come una vittima. Serve guardare alla dinamica per ciò che è: un cortocircuito comunicativo. Da una parte un presidente americano che parla secondo il suo stile, senza troppi filtri e senza particolare riguardo per le liturgie diplomatiche. Dall’altra una premier italiana che ha investito molto sulla rappresentazione di un rapporto personale con lui, pur mantenendo su alcuni dossier una linea non sempre coincidente con quella americana.
È qui che nasce l’autogol. Se l’Italia mantiene una posizione più prudente sull’Iran, se cerca di non rompere con il Vaticano, se prova a muoversi dentro un equilibrio europeo e atlantico insieme, allora non può allo stesso tempo affidarsi troppo alla fotografia del rapporto speciale con Trump. Le due cose possono convivere sul piano diplomatico, ma diventano fragili sul piano mediatico.
La politica estera richiede rapporti, anche con leader difficili. Nessuno può seriamente sostenere che un presidente del Consiglio italiano debba evitare il presidente degli Stati Uniti. Ma incontrarlo è una cosa; costruire attorno a quell’incontro una narrazione troppo personale è un’altra. Soprattutto quando l’interlocutore è uno che può cambiare tono in un attimo e trasformare una stretta di mano in un caso politico.
In questo senso, il problema non è essere amici o nemici di Trump. Il problema è sapere con chi si ha a che fare. Trump non ha mai nascosto il proprio modo di stare sulla scena. Può piacere o non piacere, ma è prevedibile proprio nella sua imprevedibilità. La vera domanda, quindi, riguarda chi ha scelto di esporsi così tanto senza proteggere adeguatamente la premier dal rischio di una smentita pubblica, di una frase infelice, di un’umiliazione mediatica.
Per questo la vicenda pesa. Non perché cambi da sola i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Non perché segni chissà quale rottura diplomatica. Ma perché mostra un limite: quando la comunicazione politica punta troppo sull’immagine della vicinanza personale, basta poco per rovesciarla nel suo contrario.
E allora sì, la figuraccia era almeno in parte evitabile. Non evitando Trump. Non rompendo con Washington. Non facendo finta che gli Stati Uniti non siano centrali per l’Italia. Ma scegliendo una comunicazione più sobria, meno fotografica, meno dipendente dalla presunta sintonia personale con un leader che, per carattere e metodo, non offre mai garanzie a nessuno.
M.S.

