Per capire l’intelligenza artificiale bisogna partire da Leo Szilard?

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Ci sono due domande che, nel parlare sull’intelligenza artificiale, andrebbero poste più spesso: chi era Leo Szilard? E perché Dario Amodei, uno degli uomini più importanti nel mondo dell’intelligenza artificiale, continua a citarlo?

La risposta non riguarda soltanto la storia della fisica. Riguarda il modo in cui una civiltà affronta le tecnologie che essa stessa produce, soprattutto quando quelle tecnologie diventano più potenti delle istituzioni chiamate a governarle.

Leo Szilard fu uno dei grandi protagonisti, spesso meno ricordati, dell’età atomica. Fisico ungherese emigrato negli Stati Uniti, intuì molto presto le conseguenze della reazione nucleare a catena. Come ricostruisce il National Museum of Nuclear Science & History, fu tra coloro che convinsero Albert Einstein ad avvertire il presidente Franklin Delano Roosevelt del rischio che la Germania nazista potesse arrivare alla bomba atomica. Da quella lettera del 1939 sarebbe poi nata la catena di decisioni che condusse al Progetto Manhattan.

Szilard, però, non fu soltanto uno degli uomini che contribuirono ad aprire la strada alla bomba. Fu anche uno dei primi a capire che il problema non era più solo scientifico, ma politico e morale. Nel 1945 promosse la petizione che chiedeva di evitare l’uso dell’arma atomica contro il Giappone senza prima offrire una possibilità di resa. Quella petizione non fermò Hiroshima e Nagasaki, ma resta uno dei documenti più significativi della coscienza inquieta degli scienziati davanti al potere che avevano contribuito a liberare.

È qui che Szilard torna attuale.

Dario Amodei non è un osservatore qualunque. È il CEO di Anthropic, una delle società più rilevanti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale avanzata, ed è stato in precedenza vicepresidente della ricerca in OpenAI. Quando richiama Szilard, e lo fa spesso, non lo fa da esterno al processo. Lo fa da dentro il cuore stesso della nuova rivoluzione tecnologica.

Nel suo saggio The Adolescence of Technology, Amodei descrive l’umanità come una civiltà entrata in una sorta di adolescenza tecnologica. Abbiamo strumenti sempre più potenti, ma non è affatto certo che abbiamo già maturato la responsabilità necessaria per usarli. È una formula efficace perché non parla soltanto di macchine. Parla di noi.

L’intelligenza artificiale generativa non sta semplicemente migliorando alcuni processi. Sta cambiando lavoro, informazione, produzione culturale, sicurezza, potere economico e capacità di controllo. Può aumentare enormemente la produttività, ma può anche accelerare la disoccupazione in alcuni settori. Può aiutare la ricerca scientifica, ma può anche rafforzare propaganda, sorveglianza e concentrazione del potere.

La domanda di Szilard, in fondo, è la stessa che Amodei ripropone oggi: che cosa accade quando la capacità tecnica corre più veloce della maturità politica?

Nel Novecento, l’umanità scoprì troppo tardi che l’energia atomica non era soltanto una promessa di progresso. Era anche un potere distruttivo senza precedenti. Con l’intelligenza artificiale il rischio non assume necessariamente la forma di una città cancellata. Potrebbe essere più lento, più diffuso, meno visibile: una crisi del lavoro, una manipolazione permanente dell’opinione pubblica, un uso militare destabilizzante, una progressiva cessione di autonomia a sistemi opachi e controllati da pochi soggetti.

Il parallelo, naturalmente, non va forzato. Il nucleare e l’intelligenza artificiale non sono la stessa cosa. La bomba atomica nasce come arma; l’IA è una tecnologia generale, con applicazioni enormemente diverse e anche potenzialmente benefiche. Ma il punto comune resta: entrambe obbligano la politica, il diritto e la società a misurarsi con una potenza nuova.

Szilard non era certamente un nemico della scienza così come non lo è Amodei. Entrambi, in epoche diverse, pongono però un problema scomodo: non basta creare strumenti potentissimi. Bisogna costruire le condizioni perché quei poteri non sfuggano al controllo umano, democratico e istituzionale.

Oggi il dibattito sull’IA resta spesso prigioniero di due estremi. Da un lato chi vede soltanto innovazione, mercato ed efficienza. Dall’altro chi immagina solo scenari apocalittici. Nel mezzo c’è la questione più seria: regole lente, istituzioni in ritardo, cittadini poco informati e aziende impegnate in una competizione globale che difficilmente premierà la prudenza.

Per questo Szilard e Amodei sono due figure decisive, ciascuna per il proprio secolo. Szilard aiuta a capire il Novecento, il secolo in cui la scienza ha consegnato all’uomo la possibilità tecnica dell’autodistruzione. Amodei aiuta a leggere il XXI secolo, nel quale l’intelligenza artificiale promette di moltiplicare intelligenza, produttività e potere decisionale.

La domanda finale, però, resta la stessa: siamo abbastanza maturi per ciò che siamo riusciti a creare?

La storia non offre risposte automatiche e non si possono trovare scorciatoie usando l’intelligenza artificiale.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

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