Nello staff di Giorgia Meloni nessuno le dà del lei e nessuno la chiama “Presidente”. Tutti, racconta chi lavora ogni giorno alla sua comunicazione, si rivolgono a lei semplicemente chiamandola Giorgia. Non sarebbe una scelta casuale, né soltanto una confidenza privata: sarebbe piuttosto un tratto del modo in cui la premier vive il rapporto con il proprio gruppo di lavoro.
A raccontarlo è stato Tommaso Longobardi, social media manager di Giorgia Meloni, intervenuto su Radio Cusano nel corso del programma “Battitori Liberi”, condotto da Gianluca Fabi e Savino Balzano. Nel suo intervento Longobardi ha descritto alcuni meccanismi interni della comunicazione della Presidente del Consiglio, soffermandosi sulla continuità del suo stile, sul rapporto con i social e sul passaggio dalla comunicazione di opposizione a quella di governo.
“Mi occupo della comunicazione digitale della Meloni da inizio 2018 e in termini della comunicazione sua personale siamo rimasti più o meno sempre sulla stessa lunghezza d’onda”, ha spiegato Longobardi. A suo giudizio, proprio questa continuità avrebbe contribuito a rafforzare la percezione di autenticità della leader di Fratelli d’Italia, in una fase politica segnata da cambiamenti rapidi e da una comunicazione spesso costruita sull’inseguimento dei trend.
Secondo Longobardi, Meloni non sarebbe una politica naturalmente innamorata dei social. La sua formazione giornalistica e la sua inclinazione all’approfondimento la renderebbero, per impostazione personale, distante dalla semplificazione tipica delle piattaforme digitali. “Lei non ama i social, viene dal giornalismo”, ha osservato, aggiungendo però che ne comprende l’importanza e che il fatto stesso di investirci lo dimostra.
Il punto centrale, nella lettura del suo social media manager, è che la comunicazione di Meloni non nascerebbe dal tentativo di cavalcare ogni tema del momento. Al contrario, la scelta sarebbe quella di intervenire soprattutto quando un argomento incide sul suo percorso politico, sulla sua identità o sulle battaglie del partito. Longobardi ha raccontato anche un passaggio significativo: davanti a posizioni personali o di partito non perfettamente allineate al sentiment della rete, Meloni avrebbe chiarito di voler conoscere l’umore delle persone, ma non per questo di essere disposta a spostare le proprie idee in base alla reazione del momento.
“Apprezzava conoscere il sentiment delle persone, ma questo non significava che avrebbe spostato le sue idee in base a quello”, ha raccontato Longobardi. Una frase che sintetizza bene l’impostazione descritta: ascolto della rete, ma senza trasformare il consenso immediato nel criterio guida della linea politica.
Un altro tema affrontato è stato il passaggio dall’opposizione al governo. Longobardi ha riconosciuto che dall’opposizione il messaggio politico è più semplice: si possono avanzare proposte, denunciare limiti, costruire una narrazione di contrasto. Al governo, invece, la comunicazione diventa più pesante e più esposta, perché non basta promettere: bisogna realizzare, scegliere, spiegare e assumersi la responsabilità delle decisioni.
“All’opposizione si ha più facilità nel racconto e nel messaggio politico. Al governo il messaggio politico è più consistente, non puoi stare lì e fare proposte, devi realizzare”, ha detto Longobardi. In questo senso, ha rivendicato la scelta della premier di “metterci la faccia” anche quando le decisioni sono difficili o potenzialmente impopolari.
A suo giudizio, spiegare ai cittadini il perché di una scelta politica resta una parte essenziale del rapporto con l’elettorato. Non significa evitare le critiche, né pretendere consenso automatico, ma assumersi il compito di rendere comprensibile il proprio posizionamento. “È anche una scelta di posizionamento dire ai propri elettori che scelta si è presa, poi l’elettore la può anche contestare ma si apprezza che comunque si stia dando una spiegazione”, ha aggiunto.
Significativo anche il passaggio sui numeri social. Per Longobardi, le metriche digitali non bastano a misurare la forza politica di un messaggio se non sono collegate a una visione, a una proposta e a una ragione più profonda. “Ai like non corrispondono voti, assolutamente no”, ha affermato. In altre parole, la comunicazione può amplificare un’identità politica, ma non può sostituirla.
Nella parte finale dell’intervento, Longobardi si è soffermato sul rapporto tra politica e dimensione privata. A suo avviso la politica non deve mostrare continuamente il lato umano, né trasformare ogni aspetto personale in contenuto. Nel caso di Meloni, ha spiegato, la parte privata non sarebbe al centro della comunicazione, anche se sui social esiste inevitabilmente uno spazio per l’umanizzazione del leader.
L’equilibrio, secondo Longobardi, sta nel mantenere predominante il racconto dell’attività politica, lasciando però spazio, ogni tanto, anche a ricorrenze, momenti personali e contenuti capaci di restituire un’immagine meno istituzionale. È un equilibrio ormai comune alla comunicazione politica internazionale, dove il leader non è più soltanto una figura pubblica astratta, ma anche una persona che comunica direttamente con cittadini, elettori e comunità digitali.
Da qui il dettaglio più curioso: nello staff nessuno chiamerebbe Meloni “Presidente” e nessuno le darebbe del lei, perché sarebbe lei stessa a non volerlo. “Nello staff nessuno la chiama Presidente o le dà del lei, perché non vuole che lo si faccia”, ha raccontato Longobardi. E ancora: “Si fa chiamare Giorgia perché rappresenta la sua essenza”.

