Trenta pazienti su 140 hanno sviluppato un deterioramento cognitivo in circa due anni, nonostante la terapia anticoagulante. L’incidenza stimata — circa 14 casi l’anno ogni 100 persone seguite — è risultata all’incirca doppia rispetto a quella osservata nella popolazione anziana generale.
È il dato centrale di uno studio sulla fibrillazione atriale condotto dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-In), dall’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e dall’Università di Firenze. La ricerca, pubblicata su EP Europace, ha seguito 140 persone con più di 65 anni, cognitivamente normali all’inizio dello studio e in trattamento con anticoagulanti.
La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più diffusa al mondo, con circa 59 milioni di persone colpite, ed è un riconosciuto fattore di rischio per il declino cognitivo. La terapia anticoagulante orale resta il trattamento standard per prevenire ictus ed embolie, ma finora mancavano stime dell’incidenza del deterioramento cognitivo in questa specifica popolazione anziana.
Cosa ha osservato lo studio
«Abbiamo seguito per circa due anni 140 pazienti ultra65enni con fibrillazione atriale, in trattamento con anticoagulanti e cognitivamente normali all’ingresso nello studio, sottoponendoli a una valutazione neuropsicologica completa al basale e nel corso del follow-up.
Nel periodo di osservazione, 30 pazienti hanno sviluppato deterioramento cognitivo con un’incidenza stimata di circa 14 casi all’anno ogni 100 persone seguite: un valore all’incirca doppio rispetto a quello osservato nella popolazione anziana generale.
Abbiamo inoltre riscontrato che, anche nei pazienti anziani con fibrillazione atriale in terapia anticoagulante, la presenza di cardiopatia coronarica, un precedente ictus e il diabete aumentano significativamente il rischio di declino cognitivo. Al contrario, un livello di istruzione più elevato e migliori prestazioni cognitive all’inizio dello studio si sono confermati fattori protettivi».
Antonio Di Carlo, ricercatore Cnr-In
Perché gli anticoagulanti potrebbero non bastare
I risultati indicano che la sola terapia anticoagulante potrebbe non essere sufficiente a ridurre il rischio di declino cognitivo. Secondo i ricercatori, alla prevenzione del rischio tromboembolico dovrebbero affiancarsi il controllo dei fattori di rischio vascolare e uno screening cognitivo sistematico.
«I dati rilevati mostrano come, anche nei pazienti correttamente trattati con anticoagulanti per la prevenzione dell’ictus, il rischio di declino cognitivo resti elevato e legato al carico di comorbidità vascolare accumulato nel corso della vita.
Questo suggerisce che i meccanismi alla base del legame tra fibrillazione atriale e declino cognitivo vadano oltre la sola prevenzione del rischio tromboembolico, e chiama in causa fenomeni come l’ipoperfusione cronica e l’infiammazione».
Costanza Parenti, ricercatrice Cnr-In
I limiti e le indicazioni per la prevenzione
«I risultati dovranno essere confermati da studi multicentrici su casistiche più ampie, ma la stima dell’incidenza del deterioramento cognitivo, disponibile per la prima volta in questa specifica popolazione di pazienti, rappresenta uno strumento importante per programmare percorsi mirati, integrando lo screening cognitivo sistematico con la valutazione multifattoriale del rischio vascolare nella gestione dei pazienti con fibrillazione atriale, in particolare di quelli con basso livello di istruzione o con altre condizioni vascolari a rischio.
L’effetto protettivo di un più elevato livello di istruzione si inserisce nel concetto di riserva cognitiva: anni di studio e attività intellettuali prolungate possono contribuire a compensare più a lungo i danni cerebrali di natura vascolare o degenerativa.
Inoltre, un più alto livello di istruzione tende ad associarsi a stili di vita più salutari e a una migliore aderenza alle terapie, elementi che possono contribuire a ritardare la manifestazione clinica del danno cerebrale».
Antonio Di Carlo, ricercatore Cnr-In
Il progetto Strat-AF
Lo studio, coordinato dalle principal investigator Anna Poggesi e Rossella Marcucci dell’Università degli studi di Firenze, è stato condotto nell’ambito del progetto Strat-AF. Il progetto è finanziato dalla Regione Toscana e dal Ministero della Salute, nell’ambito dei bandi Ricerca finalizzata 2013 e 2021 e del programma Ricerca salute della Regione Toscana 2018.
Fonte: Cnr

