Perché il riconoscimento di Trump può essere una svolta verso la pace

La notizia, rimbalzata di media in media, del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte del presidente americano Donald Trump è stata letta quasi sempre in modo univoco: un sopruso.
Bisogna però fare un po’ di chiarezza, prima che The Donald passi, al solito, come il brutto e cattivo antidemocratico del pianeta Terra. Procedendo con ordine, è il 1992 l’anjno in cui il presidente in pectore Bill Clinton afferma “Gerusalemme è la capitale di Israele e non deve rimanere una città divisa“. Parole forti, a sostegno della sua campagna elettorale.
Non fu il solo, ovviamente, a parlare di Gerusalemme come capitale: Bush Jr. nel 2000 affermò che avrebbe spostato l’ambasciata americana nella Città Santa appena si sarebbe insediato come presidente; allo stesso modo Obama dichiarò a più riprese come fosse Gerusalemme la capitale di Israele. Stridono un po’, dunque, le parole dell’ex presidente degli Stati Uniti quando chiama Trumpun pericolo per la democrazia, un Hitler americano” solo per aver mantenuto una promessa che si ripeteva da ben 25 anni.
Ma ammettendo pure che la decisione sia stata avventata, bisogna cominciare a valutare la questione israeliano-palestinese sotto un’ottica nuova. È irreale, nel 2017, credere che la risoluzione ONU di 70 anni fa – che vedeva Gerusalemme gestita a livello internazionale – possa “accontentare” sia lo Stato ebraico che quello arabo-musulmano.
La proposta dei “due Stati“, avviata nel novembre del 2007, può essere completata solamente quando l’ONU si esprimerà favorevolmente all’ingresso pieno della Palestina nelle Nazioni Unite. Al momento, infatti, la parte araba dello Stato di Israele è considerata come osservatrice permanente, ma non come Stato. La votazione che concesse questo status ai palestinesi venne votata il 29 novembre 2012 e vide solo 9 voti contrari su 188: i 9 Paesi furono Canada, ovviamente Israele, le Isole Marshall, la Micronesia, le isole di Nauru e Palau, Panama, Repubblica Ceca – che ha già seguito Trump nello spostamento dell’ambasciata – e gli Stati Uniti.
Il concedere qualcosa a Israele e al blocco filo-americano può essere visto anche come un “impegno” affinché lo Stato ebraico rimuova un eventuale veto sulla costituzione dello Stato palestinese, soluzione che potrebbe portare a una risoluzione pacifica nell’area.
Scendendo dai voli pindarici e forse – purtroppo – utopici, la questione di Gerusalemme capitale andava affrontata ben prima di Trump. Come si può pensare che una città così importante per la civiltà ebraica possa essere amministrata con una “collaborazione internazionale”? La realtà è che la creazione stessa dello Stato di Israele è stata una mossa assurda e non perfettamente ponderata: non si è tenuto conto, infatti, della reazione del popolo arabo-musulmano alla cessione di terreno nelle mani israeliane.
E dire che una spia si era già illuminata quando, alla votazione del Piano di partizione della Palestina del 1947, votarono contro 13 Paesi di cui 10 a maggioranza o forte presenza islamica come AfghanistanArabia SauditaEgittoIranIraqLibanoPakistanSiriaTurchiaYemen. Sostanzialmente, tutto il mondo arabo era contrario a quella risoluzione. A cui si mise una toppa non stabilendo un nuovo destino per la martoriata popolazione ebraica, ma dando a Gerusalemme una – fallimentare – “amministrazione internazionale“. All’epoca, Donald J. Trump aveva 1 anno e mezzo. Sicuramente fu colpa sua.
di Riccardo Ficara