Stupro di guerra: un argomento che è ancora tabù

Una pagina di storia mai letta, o forse solo accennata, quella che riguarda gli stupri di guerra. Spesso argomento lasciato in sospeso per i posteri, lasciato con un alone di mistero per coprire, ancora un po’, gli ennesi misfatti vergognosi del genere umano. Non se ne parla, o se ne parla troppo poco, è una questione che non viene quasi mai sottoposta al processo mediatico.

Lo stupro di guerra è un crimine contro l’umanità perché va contro bambini, donne e anche uomini (si anche uomini). Tra gli abusi di guerra, quello rivolto agli uomini è quello che si tende maggiormente a insabbiare: durante la guerra civile in Congo, gli uomini sono stati umiliati, costretti a subire sevizie di ogni genere. Tragiche le conseguenze fisiche e soprattutto psicologiche.

Un caso emblematico di stupro di guerra è avvenuto durante le “marocchinate” nel 1944, in Ciociara, come ci racconta anche l’omonimo storico film del 1960 di De Sica, con protagonista Sofia Loren: i soldati francesi, per lo più algerini e marocchini, si presero come bottino di guerra le donne e i bambini della zona a sud del Lazio. Fu un episodio straziante per il nostro paese, che coinvolse 60 000 donne, ma non solo. Racconti parlano anche di bambini, il più piccolo aveva solo 4 anni, su cui si è fatta violenza e ancora di un curato, Don Alberto Terrini, che nel tentativo disperato di proteggere bambini e donne venne violentato dai soldati e morì per le gravissime lesioni subite; per lui nessun riconoscimento da parte dello stato.

Similmente avvenne nel 1945 anche in Giappone quando, durante la battaglia di Okinawa, le donne furono torturate e violentate, ma il misfatto venne poi taciuto e le prove nascoste. Uno dei pochi documenti a testimonianza è stato scritto da Oshiro Masayasu (ex-direttore dell’Archivio Storico della Prefettura di Okinawa): “Poco dopo lo sbarco dei Marines americani, tutte le donne del paese sulla penisola di Motobu finirono nelle mani dei soldati statunitensi. All’epoca vi erano solo donne, bambini e vecchi nel paese, dato che gli uomini erano stati mobilitati per la guerra. Poco dopo lo sbarco i Marines rastrellarono l’intero paesino ma non trovarono tracce delle forze giapponesi. Sfruttando la situazione, cominciarono una caccia alle donne in pieno giorno e quelle che si erano nascoste nel paese o nei rifugi antiaerei, furono scovate una ad una”. Si racconta inoltre che anche gli stessi giapponesi resero carne le donne della loro nazionalità.

La questione che riguarda gli stupri durante le guerre balcaniche è tenuta ancora nascosta, ma è durante questo conflitto che, per la prima volta, venne utilizzato lo stupro come un’arma di guerra, come una strategia militare vera e propria: la donna non è più un ”regalo” dei vinti per i vincitori, come è accaduto per secoli, ma è un modo raggiungere la vittoria. Lo stupro di guerra è uno dei crimini più efferati che l’uomo potesse concepire, paragonabile alla tragedia dell’antisemitismo: si tratta di rastrellare donne di etnie considerate impure e distruggere il loro corpo, la loro mente, i loro figli e il loro futuro. I racconti delle donne che sono sopravvissute sono sconcertanti, non adatte alle persone facilmente impressionabili. Donne violentate davanti ai figli e costrette a scegliere il coltello con il quale l’aguzzino li avrebbe sgozzati, donne rinchiuse in “campi-bordello” dove potevano essere usate secondo il piacimento dei soldati, legate, lasciate senza acqua né cibo, altre ancora mutilate ai seni con un coltello. Questa violenza ha accomunato il destino di almeno 20 000 donne, dalle più giovani, a quelle più anziane: si parla infatti di donne di oltre 70 anni abusate da più soldati.

Dopo il conflitto in Bosnia gli stupri di massa sono diventati parte del dibattito sui diritti umani e le Nazioni Unite hanno riconosciuto che la violenza sessuale di guerra è un crimine contro l’umanità e, per questo, considerabile come un atto di genocidio. Nonostante questo riconoscimento, alcune donne hanno testimoniato la presenza di caschi blu nei bordelli nelle periferie di Sarajevo e a riportare tale testimonianza è anche il giornalista britannico John Burns il quale scrisse per il New York Times che “lo stesso comandante delle forze internazionali in Bosnia, il generale canadese Lewis MacKenzie, ha abusato delle donne bosniache tenute prigioniere nel bordello locale Sonja”.

Inoltre Amnesty International un decennio fa affermava che: “I responsabili degli stupri continuano a sottrarsi alle indagini e alla giustizia. Alcuni occupano posizioni di potere e molti vivono nelle stesse comunità delle loro vittime. Solo pochi colpevoli sono stati assicurati alla giustizia attraverso i tribunali internazionali e nazionali”.

I casi degli stupri di massa meriterebbero un’attenzione più significativa, non possono essere banalizzati in poche righe ed è giusto che ci sia memoria di questi avvenimenti tragici che hanno interessato l’uomo, affinché non si ripetano.