Memoria storica e negazionismo dei casoncelli

L’altra notte, mercè un’ingozzata strepitosa di casoncelli, ho avuto qualche problemino di digestione: all’inizio, mi sono girato mille volte tra le lenzuola e, quando mi sono, finalmente addormentato, sono stato felicitato da fastidiosi incubi di ogni genere.

Quello più vivido e più realistico ve lo voglio proprio raccontare, perché mi ha lasciato un’impressione profonda e, forse, vi suggerirà qualche non inutile riflessione. Nel mio incubo, mi trovavo, nell’Obersalzberg, a Berchtesgaden. Ero vestito come, spesso, capita d’immaginarsi il turista italiano in pellegrinaggio: maglietta sformata, marsupio d’ordinanza, floscio e sballonzolante sul davanti, e sandalo escursionistico. Sulla maglietta campeggiava, per quanto un po’ stinta, la facciona spiritata di Adolf Hitler: la pittoresca t-shirt era giustificata dal fatto che la meta ultima della mia gita in Baviera era la Kehlsteinhaus, il nido dell’aquila, in cui il dittatore tedesco amava passare i propri periodi di vacanza.

Nell’incubo, mi aggiravo estasiato per le stanze del rifugio alpino, manifestando la mia idolatrica commozione per il fatto di potermi trovare nei medesimi luoghi che avevano visto la presenza del Fuehrer, per il quale, evidentemente, provavo un’intensissima ammirazione. Arrivato alla camera da letto, non pago del rituale fino ad allora messo in scena, ho domandato al solito giapponese, che non manca mai in nessun sito storico europeo, di scattarmi un paio d’istantanee ricordo: naturalmente, mi sono schiaffato sull’attenti e ho salutato col braccio teso e la mano irrigidita, nel più perfetto stile nazionalsocialista, tra i risolini compiaciuti della famigliola dell’ex alleato nipponico. La foto è venuta un tantino sfocata, ma lo sguardo era fiero e il saluto impeccabile.

A quel punto, mi sono svegliato, con un vago senso di vomito: non so dirvi se dovuto più all’indigestione o al contenuto dell’incubo. Dopo la minzione, sono tornato a letto e mi sono riaddormentato. Incredibilmente, ho ricominciato a sognare dal punto in cui l’incubo si era interrotto: solo che, adesso, mi trovavo nell’ufficio di un direttore editoriale di un’importantissima casa editrice.

Sulla scrivania del granduomo c’era la stessa fotografia scattata alla Kehlsteinhaus, solo che si trovava sulla copertina di un libro. Con toni entusiastici, il potente funzionario mi andava ripetendo: sarà un successone, sarà un successone! Io, naturalmente, ero molto contento: fama, denaro, ospitate televisive, per un povero storico sono un’imprevista manna dal cielo! Insomma, finalmente, una major mi pubblicava un saggio: nel mio incubo me la stavo proprio godendo. Il libro, intitolato “La barzelletta dell’Olocausto”, era un orribile centone, pieno di errori e di falsità, ma questo non aveva alcuna importanza: si trattava di un pamphlet rigorosamente provocatorio, incentrato sulla polemica, che inevitabilmente avrebbe suscitato, per fare impennare le vendite. Una bieca operazione commerciale, insomma.

Nell’ultima parte del mio incubo, venivo additato al pubblico ludibrio dall’Anpi, dai vari Isrec, dalle associazioni di ex deportati: ma queste contumelie, del tutto preventivate, anziché danneggiarmi, avevano trasformato il mio libello in un autentico best seller.

A quel punto, il suono della sveglia mi ha strappato alla gloria letteraria che mi si era spalancata davanti. Che schifo, pensai: immagina se nella realtà succedesse una cosa del genere!

Mi sono sentito, in qualche modo, rassicurato dal fatto di vivere in un mondo in cui una porcheria del genere non avrebbe mai potuto accadere: per fortuna, nessuna casa editrice, e men che meno una di quelle di grandi tradizioni, pubblicherebbe un libro del genere.

E’ bello sapere che viviamo in una società civile e democratica.

E, allora, le foibe?

Marco Cimmino