Mara Cagol idolo femminile nelle scuole? Anche no!

In merito a quanto recentemente comunicato dalla Commissione per le Pari Opportunità, relativamente all’aver inserito tra le donne trentine di spicco anche Margherita Cagol è ovvio lo scetticismo.

Possiamo mettere anche Matteo Messina Denaro tra i protagonisti della storia del sud Italia?

Il femminismo ad ogni costo stecca.

Ora abbiamo di fronte un notevole percorso di pacificazione tra quello che fu il 1968 per il Trentino, che non ha nulla a che fare con le Brigate Rosse.

Questo improprio uso di persona a scopo sostanzialmente celebrativo lascia qualche interrogativo. Perché?

Ad ogni modo è importante che l’adrenalina torni ai suoi giusti livelli. Per questo proponiamo i FATTI che sono diversi dalle celebrazioni autoreferenziali. Eccoli riassunti e verbalizzati. Nelle scuole solo i fatti. Grazie.

Scrive Carabinieri.it (versione pubblica): “Il 4 giugno 1975 venne rapito, lungo la provinciale piemontese Cassinasco-Canelli, l’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Le ricerche iniziarono subito in quanto il fine era chiaro. In quello stesso giorno fu arrestato Massimo Maraschi, un ventiduenne di Lodi che aveva provocato un incidente stradale un’ora prima, a circa 200 metri dal luogo del rapimento. Si diede alla fuga ma fu fermato e portato in caserma. Gli fu trovata indosso una pistola 7,65 con il colpo in canna; l’auto era rubata e i documenti erano falsi. Era un intoppo per sbarrare la strada e rapire Gancia.

Il 5 giugno 1975 il tenente Umberto Rocca, comandante della Compagnia di Acqui Terme, dopo aver celebrato la ricorrenza del 161° anniversario dell’Arma, verso le 10,30 decise di effettuare ispezioni in località e cascine visto che la bassa era ottimo luogo per azioni illegali. Con lui Rosario Cattafi, comandante della stazione di Acqui, e gli appuntati Giovanni D’Alfonso e Pietro Barberis. I primi tre in uniforme, l’ul­timo in abiti civili. Giunti nella località di Arzello del comune di Melazzo (10 km da Acqui), alle 11,30 Rocca arrivò coi suoi uomini alla Cascina Spiotta dove venivano spesso segnalati brigatisti. Delle voci arrivavano da dentro.”

“D’Alfonso scelse una posizione tra i capannoni, pronto a intervenire; Barberis chiese rinforzi alla Centrale operativa via radio e si appostò per controllare la parte posteriore della cascina. Il tenente Rocca, con Cattafi, compì una rapida ispezione, per controllare poi da un angolo del caseggiato due lati di esso, e ordinò a Cattafi (che aveva già bussato alla porta) di mettersi all’estremità di un casotto in muratura di fronte alla cascina. Al piano superiore si affacciò per un attimo una donna. Cattafi, ad alta voce, invitò più volte il dottor Caruso (il nome che risultava dalla targhetta alla porta) a uscire fuori. Un uomo aprì la porta invitando i militi ad entrare, poi (prima di richiudere la porta) lanciò una bomba, che investì in pieno Rocca, tranciandogli il braccio sinistro e ferendogli l’occhio sinistro. Cattafi fu colpito da numerose schegge sul lato destro del corpo, ma sparò ripetuti colpi contro le finestre e la porta. Quando si accorse delle gravi ferite dell’ufficiale Rocca, benché ferito gravemente lui stesso, lo sollevò di peso e lo mise al riparo, trascinandolo per 100 metri di terreno ripido e aspro fino alla provinciale. Fermò un’auto di passaggio e chiese al conducente di portare Rocca all’ospedale di Acqui. Nel frattempo stava arrivando un’altra pattuglia: rifiutando di essere soccorso, invitò i commilitoni a raggiungere con lui la cascina.

Dalla cascina, dopo aver lanciato un’altra bomba, uscirono un uomo e una donna diretti ai capannoni. D’Alfonso avanzò per bloccarli con il fuoco della pistola, ma fu centrato da una raffica alla testa, al torace e all’addome. Nonostante i colpi ricevuti, sparò a sua volta un intero caricatore, forse ferendo due volte la donna che salì su un’automobile. La strada era però sbarrata dall’auto dei Carabinieri, dove Barberis si era tempestivamente messo al riparo. Le due automobili, dopo un tamponamento, uscirono di strada. Barberis sparò ancora. L’uomo uscì dalla sua vettura dicendo:  «Siamo feriti, ci arrendiamo». Barberis smise di sparare, invitò i due ad alzare la mani e ad andare verso una radura. Ma dopo pochi passi l’uomo, facendosi scudo della donna, estrasse dal giubbotto una bomba e la lanciò verso Barberis che, con grande prontezza, si slanciò in avanti e riuscì a sparare colpendo a morte la donna nonostante la bomba gli fosse esplosa a pochi metri di distanza. Il terrorista superstite si tuffò nella boscaglia e Barberis, preso un caricatore a D’Alfonso, lo inseguì invano. Tornò indietro per assistere D’Alfonso ferito a terra.”

Dopo alcuni minuti arrivarono con l’autoradio tre colleghi. Da un piccolo vano a piano terra si sentirono grida di aiuto. Era Gancia, rapito il giorno prima. La donna uccisa era Margherita Cagol (conosciuta con il nome di battaglia di “Mara”), moglie di Renato Curcio. Lo scontro si risolse in un’autentica carneficina: Rocca era mutilato, D’Alfonso morì poco dopo. Cattafi fu trovato dai giornalisti mentre stava per tornare a casa con numerose schegge in corpo.”

Neanche un gesto eroico … Se vi pare il caso.

A cura di Martina Cecco