La ripresa della scuola: un fallimento annunciato

L’estate sta finendo e, al di là delle inevitabili malinconie e dei prevedibili post sui social, con gli strazianti addii a tramonti sul mare e albe dolomitiche, ci si può pure rassegnare: è solo una questione astronomica, in fondo. Evento assai meno astronomico e ineluttabile è, invece, la riapertura delle scuole in condizioni disastrose.

Intendiamoci: che la scuola italiana sia sempre a un passo dal disastro è un dato, per così dire, antropologico. Qui, però, il disastro paventato è un altro: imminente quanto, a suo tempo, evitabilissimo. Non so se ricordiate i discorsi – o, per meglio dire: le chiacchiere – ammonticchiatisi nel corso dei vari talk show televisivi, all’inizio di questa meravigliosa stagione vacanziera: bisogna che le scuole riaprano in sicurezza, si deve evitare la DAD, vacciniamo anche i criceti, e così via.

Bene, non solo i ragazzi in età scolare non si sono affatto massicciamente vaccinati, ma, soprattutto, nessuno ha messo mano ai problemi di ordine organizzativo che la riapertura di plessi e istituti avrebbe proposto. Il Ministro Bianchi, che sembra saperne di scuola quanto io ne so di coda alla vaccinara, ossia men che zero, ha mostrato un rigore, abbastanza ridicolo, dato il personaggio, arcigno e granitico nei confronti dei non vaccinati; ma la domanda è: dopo i banchi a rotelle, i cessi sprangati, i collegamenti da aule deserte, avete fatto qualcosina di concreto per affrontare la questione dei trasporti, della turnazione e, ammesso il boom di vaccinazioni, del controllo di chi entra e chi esce dalle scuole?

La risposta è, ovviamente, no. Bianchi è il tipico ministro all’italiana: anzi, si presenta come un arcitaliano, da bravo rincalzo di quel fenomeno dell’Azzolina, che, per nostra fortuna, è andata a far danni a latitudini lontanissime. A viale Trastevere se ne sono proprio fregati: siccome la faccenda era complessa, faticosa e rischiosa politicamente, hanno fatto come quelli che, in preda alla depressione non vogliono alzarsi dal letto e stanno nascosti sotto le coperte.

La realtà, però, non è il babau, che tieni lontano accendendo l’abat-jour: la realtà incalza, come un rapido lanciato sul binario. Così, tra una settimana o due, a seconda del grado di vacanzizzazione, gli studenti torneranno a scuola: prenderanno autobus stipati, si affolleranno sulle pensiline, nei cortili, ai cancelli, nei corridoi.

Certo, le aule saranno linde e decontaminate, coi banchetti posizionati esattamente sui bollini gialli. E le finestre dovranno essere spalancate: tutta salute. Specialmente a Vipiteno a fine gennaio. Evidentemente,  Bianchi, oltre a non conoscere la scuola, non conosce neppure l’Italia: si vede che gliel’ha spiegata l’Azzolina.

Comunque, il discorso è questo: si sono fatte le solite operazioni di facciata (e di sfacciata), ma nessuno ha voluto affrontare il nocciolo della questione. E, allora, forse forse, sarebbe meglio lasciare che i ragazzi si contagiassero, si facessero qualche giorno a casa, tossendo e starnutendo, e poi tornassero a scuola, come se nulla fosse.

Tanto, il virus lo beccheranno comunque: e lo trametteranno a genitori, nonni e bisnonni. Che, da vaccinati, tossiranno e starnutiranno pure loro.

Speriamo.

Marco Cimmino