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Diritto Società

Un processo: il caso Orsola Serra

Abbiamo acceso, tanto tempo fa, un cerino nella caverna, dove scorgiamo ombre platoniane, forse le sole che esprimono una finzione/verità.

I processi sono rappresentazioni? Il dibattimento deve solo esibire lo spartito di una musica già scritta e arrangiata?

Tutto ciò che riportiamo emerge dalla sintesi delle testimonianze.

Siamo nel 2011. Orsola Serra è una insegnante nel ramo pedagogico, vive da sola ad Alghero; ha un fratello e una sorella (distaccata all’ambasciata italiana a Mosca) e due amorevoli genitori, con cui divide pensieri e frequentazione della chiesa, poiché sono tutti ferventi cattolici. Di fronte a lei vive anche una zia cui è molto legata. Nel 2010 la professoressa sta meditando di aprirsi uno studio, frequenta corsi e stage per ampliare la sua già robusta preparazione, soprattutto nel ramo della psicologia infantile (ha scritto anche un libro).

In aula ci viene detto che la single, per motivi sia morali che fisici (una misteriosa affezione pubica) non ha mai avuto rapporti sessuali, insomma è ancora vergine all’alba del suo mezzo secolo. Un bel giorno, forse in occasione della ricorrenza dei morti, si reca al cimitero e, all’uscita, dopo un gioco di sguardi con un uomo, trova sotto il tergicristallo un biglietto con un numero di telefono e una rosa rossa. Compone il numero e quel mistery man le risponde; la sera stessa inizia una relazione completa con Alessandro Calvia, operaio addetto alle reti da pesca, di qualche anno più giovane, tossicodipendente forse in via di riabilitazione, utente del SERT.

Forse per l’inesperienza in materia sessuale, vuoi per destino, la donna si infatua – forse è eccessivo parlare d’amore – e preme per una ufficializzazione del legame, una convivenza, magari anche il matrimonio e un figlio… Viene anche fuori qualche bizzarro particolare: nonostante un cognato bancario con cui si consiglia, Orsola non ama gli istituti di credito e tende a tenere grosse somme in casa; forse in quel periodo si trattava di quasi centomila euro, necessari per acquistare la sede dello studio e un’autovettura. Sorge la prima domanda: quel denaro era effettivamente dentro casa e, in caso affermativo, chi ne era al corrente? Tale aspetto scompare presto dalla discussione.

Di più, Orsola lamentava da tempo il furto delle chiavi del suo appartamento e di aver notato spostamenti di oggetti quando rientrava da fuori, ed ecco la seconda domanda: perché mai una persona descritta come maniaca della propria incolumità tanto da chiudere, quando usciva, perfino le porte dei singoli vani, non aveva provveduto a cambiare la serratura?

La storia con Alessandro è definita da lui prettamente a scopo sessuale, quasi che all’inizio anche la partner ne avesse condiviso l’impostazione, salvo cambiare idea. Dopo un breve periodo di fitta frequentazione, sostanzialmente di letto, senza mai varcare l’uscio nemmeno per un caffè insieme, verso Natale, sempre a detta di lui, con la concessione di alcuni giorni di permesso dagli arresti domiciliari cui era obbligato, egli decide di trascorrerli con madre e sorelle e mal sopporta le insistenze di Orsola per accompagnarlo. Terza domanda: se pativa questo confinamento, come si spiega l’andirivieni di questo signore in casa di lei? Nessuno, in dibattimento, ha chiarito o ha insistito su questo punto.

Qualcosa di più che un mordi e fuggi stile “Il laureato” tra i due, oltre il sesso, doveva esserci, per forza di cose, se proprio Alessandro afferma di aver ricevuto confidenze e di aderire ogni tanto a qualche richiesta pratica dell’amante, ma ribadisce sempre che erano scuse per tenerlo legato, da parte di una donna prossima a perderlo, visto che lui era in procinto di tornare con Anna Diana, fidanzata storica allontanata in un periodo di crisi. Le amiche dell’insegnante dovranno ammettere che lei lo tampinava (per esempio presentandosi sotto il balcone in auto e irritandolo vieppiù) ed era perfino gelosa di loro, del tutto disinteressate al soggetto.

Domenica 23 ottobre la poveretta non si presenta alla messa serale come sua abitudine, né risponde alle telefonate. L’indomani papà Ettore si risolve a entrare in casa della figlia, trovandosi dinanzi l’orribile scena: Orsola prona sul letto sormontato da baldacchino, indosso solo le mutandine, e un cordino… attorno al collo? Purtroppo osservatori acuti hanno già rilevato che le cronache non sono state univoche in merito; probabile che il padre angosciato e sotto shock abbia provato ad allentare la presa, nella speranza che ci fosse ancora possibilità di salvezza, mollando poi la funicella e occupandosi di chiamare i soccorsi e di avvisare mamma Aurea.

Dopo circa un mese e mezzo il cerchio delle indagini si stringe appunto intorno alla figura oggetto del desiderio della vittima, forse considerati i precedenti di instabilità e l’insofferenza da lui dimostrata verso la ex descritta sempre, anche a processo, come una sorta di stalker nei suoi confronti.

Per l’ennesima volta i periti non concordano sulla dinamica dell’omicidio; il primo referto di morte viene effettuato da un medico ASL, e poi dovrà essere “raddrizzato” da quello legale, lasciando qualche vaghezza al riguardo: pertanto, l’ora della morte non è certa, abbiamo solo la dichiarazione di Ettore che ricorda il corpo a temperatura ambiente e inoltre, sorpresa, dopo le analisi di prassi, la corda è stata distrutta… non prima, però, di avervi trovato il DNA dell’imputato, proprio al centro: ciò è strano, per un’azione di strangolamento “classica”, che comporterebbe pressione ai margini dell’oggetto.

Viene fuori che, in realtà, qualche altra storia sentimentale, nelle vita di Orsola, c’era pur stata, segnatamente con un certo Pietro Moretti. La difesa sostiene che costui (tizio propenso all’alcolismo), quella domenica, era stato visto in un bar nei pressi dell’abitazione di lei, con la quale voleva riallacciare, alterato dalla love story con Calvia. Tuttavia, nessuno (difensori compresi) si è preso la briga di farlo intervenire nemmen come testimone, né risulta gli sia stato chiesto di fornire alibi.

E’ possibile che non si volesse ulteriormente irritare la corte, già ostile ad Alessandro, per i suoi atteggiamenti? Parlare della morta come di un “passatempo” cui ricorrere “al bisogno”, non lo ha reso certo più simpatico; il suo tirare sempre in ballo questo Moretti è apparso solo un misero tentativo di sviare l’attenzione; la strenua difesa di mamma, sorella e nipote, è stato evidentemente valutata come soccorso familiare; il passato di droga deve aver pesato. La povera Orsola è stata trovata quasi nuda e, visto il suo noto pudore e l’attenzione che poneva a non farsi notare da nessuno che potesse criticarla per la sua passione “proibita”, solo una persona in intimità con lei avrebbe potuto sorprenderla alle spalle e toglierle la vita in quel modo. Non bastasse, il giovanotto invia una missiva ai magistrati, pare senza avvisare i propri legali (che cambieranno in corsa), con ignominiose allusioni sul conto di papà Serra.

Nondimeno stupisce che non abbiano pesato affatto le testimonianze della fidanzata Anna, con cui nel frattempo il Calvia si era riconciliato, e del figlio di lei: i due hanno assicurato che l’uomo aveva trascorso serata e notte da loro; il ragazzo specifica, altresì che, dormendo egli in un letto che blocca la porta di casa, Calvia non avrebbe neppure permettersi una “scappatella” senza svegliarlo.

Il DNA è presente, ma, come abbiamo visto, in posizione anomala e, dopotutto, Ale frequentava quella casa ma, soprattutto e di nuovo, osserviamo noi: possibile che senza questo ormai mistico feticcio genetico, non ci sia modo di indagare ad altri livelli? E prima, come si faceva?

Nel tempo si è levata qualche voce a insinuare che il delitto potesse essere scaturito da un gioco erotico, ma nel 2014, con la sentenza di Cassazione, è stata confermata la condanna all’ergastolo per Alessandro Calvia.

Carmen Gueye

Riguardo l'autore

Carmen Gueye

genovese laureata in lettere antiche, già pubblicista e attiva nel sociale, è autrice di romanzi, saggi e testi giuridici

Secolo Trentino