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Il Post-It di Marco Vannucci: Re Giorgio d’Italia

Conversando con lui, Gianni Versace, ebbe a dire: tu vesti le suore ed io le zoccole. Giorgio Armani, Re Giorgio, annuì sorridendo. Qualche anno dopo riportò la confidenza, del collega stilista, per Vanity Faire attirando le ire di Donatella Versace. Ire mai sopite ancora oggi.

La bellezza del made in Italy sta nelle proprie mani sapienti, i suoi capi sono l’oggetto del desiderio in tutto il globo terrestre, dalla sua fantasia esce la moda adatta per tutti. La portabilità dei vestiti, forse sta qui il segreto del successo. Mai eccentrici, giammai per una sola sera, adatti per ogni occasione. Volendo per tutte le tasche, pensando alla linea “Emporio Armani”.

Re Giorgio s’è rivelato pure un benefattore. A lui si deve l’ospedale anti covid, allestito a Milano, durante la terribile pandemia del 2020. 10 milioni di euro sborsati sull’unghia per offrire un filo di speranza nel tempo più buio degli ultimi 50 anni. A onore di cronaca non fu il solo poiché fu sostenuto, con pari importo, da Berlusconi e da Giuseppe Caprotti (il figlio del fondatore dei supermercati Esselunga). Vale la pena ricordare come l’ospedale milanese, denominato come l’ospedale della Fiera, fu oggetto di feroci critiche da parte della sinistra italiana arrivando al punto di smuovere i propri aficionados con ridicole indagini, coinvolgendo pure la GdF per spulciare ogni rendiconto, in barba alla salute degli italiani.

Nessuna trama oscura se non nelle teste malate di una sinistra oncologica, i conti tornavano: 10 milioni per uno e ospedale fu. Quando nel giugno del 2020, con il caldo, il covid allentò la presa un’altra ondata di bava rabbiosa uscì dalla bocca della sciagurata sinistra definendo, l’ospedale, “una cattedrale nel deserto”. L’ondata del 2021 mise finalmente a tacere le bocche da fuoco dei rossi nell’anima, l’ospedale fu riempito in ogni ordine di posto in un amen, nessuna scusa dalla sinistra ma uno sdegnato silenzio terrificante. Soltanto la figlia di Enzo Tortora, Gaia, su Omnibus de La 7 ebbe il coraggio (e l’orgoglio) d’intervistare Guido Bertolaso per rivolgergli le dovute scuse.

Acqua passata, i mugnai direbbero non macina più, però è bene ricordare come la sinistra non abbia mai scaricato i suoi fucili contro gli italiani. Giorgio Armani, quindi, il re incontrastato della moda italiana nel mondo capace di fare sfilare una coppia etero in passarella dichiarando seraficamente: “È una scelta precisa, si parla di un uomo e di una donna che si vogliono bene, che si amano. Facciamo vedere questa realtà che piace a tutti. Poi ci sono le trasgressioni, le varianti, le modernità, vanno bene non dico nulla naturalmente. Un uomo e una donna che si amano piacciono a tutti ma io volevo rivedere una coppia carina e seria“.

Apriti cielo! Re Giorgio osa sconquassare il glamour modaiolo del Belpaese? Inammissibile per il messaggio delle nuove famiglie, rifilate in ogni pubblicità dove pure i biscotti del Molino Bianco s’inzuppano la mattina tra gay e lesbiche, come attenta profanare il nuovo credo tanto benvoluto all’ARCI Gay?

Non ci voleva. Dopo i cartelloni pro vita rimossi a Bologna, rei di pubblicizzare la famiglia tradizionale, questa trasgressione non può e non deve passare impunita. Sarebbe un ritorno al passato, alle barbarie umane, al tempo bieco, truce, e buio. Così si legge nei siti LGBT in ogni angolo della Rete. Qualcuno va pure oltre ammiccando alla vita privata dello stilista: “Da parte di Armani, a lungo compagno di Sergio Galeotti, deceduto nel 1985, un’uscita infelice, ancorata ad una visione eteronormativa così clamorosamente anacronistica, legata ad un’Italia bigotta che tutti noi vorremmo passata, archiviata, molto banalmente ‘aggiornata’. Quasi a voler apparentemente significare che una coppia composta da persone dello stesso sesso possa essere considerata solo e soltanto “trasgressiva”, poco “carina” o poco “seria”, come se la presunta “normalità” potesse abbracciare solo coppie composte da uomini e donne” (dal sito gay.it).

Inaccettabile, senza se e senza ma. Sarebbe un ritorno al bieco passato.

Il passato quello bello. Dove i figli nascevano da una coppia etero; dove non venivano pagati alla sventurata di turno disposta a cedere un figlio per qualche migliaia di euro, dove si poteva ancora dire: questo è il mio papà e questa è la mia mamma.

Marco Vannucci

Secolo Trentino