La Commissione europea si schiera a favore del divieto delle pratiche di conversione rivolte alle persone LGBT+, ma sceglie per ora la strada della raccomandazione agli Stati membri e non quella di una legge europea immediatamente vincolante.
La posizione di Bruxelles arriva dopo il successo dell’Iniziativa dei cittadini europei “Ban on conversion practices in the European Union”, sostenuta da oltre un milione di cittadini. Gli organizzatori chiedevano alla Commissione di proporre un divieto giuridicamente vincolante delle pratiche finalizzate a modificare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere delle persone LGBT+.
Il tema non riguarda i percorsi di transizione o il cosiddetto “cambio di sesso”. Al contrario, riguarda interventi che pretendono di “correggere” o reprimere l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità o altre espressioni dell’identità personale.
Nel documento ufficiale adottato il 13 maggio 2026, la Commissione descrive queste pratiche come dannose, discriminatorie e prive di valore terapeutico, richiamando anche le posizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, delle Nazioni Unite e di associazioni professionali europee e internazionali. Bruxelles ricorda inoltre che l’omosessualità non è più classificata come disturbo mentale dall’Oms.
La richiesta degli organizzatori era però più ampia: inserire alcune pratiche di conversione tra gli “eurocrimini”, intervenire sulla normativa europea contro le discriminazioni e rafforzare la tutela delle vittime. La Commissione ha ritenuto questa strada difficilmente praticabile nell’immediato, anche per i limiti delle competenze dell’Unione e per la complessità di eventuali decisioni all’unanimità tra gli Stati membri.
Per questo Bruxelles ha annunciato l’intenzione di adottare nel 2027 una raccomandazione rivolta ai Paesi dell’Unione, invitandoli a introdurre divieti nazionali contro le pratiche di conversione. Non si tratterà quindi di un divieto europeo direttamente applicabile in tutti gli Stati, ma di un atto politico e istituzionale volto a orientare le legislazioni nazionali.
Secondo la Commissione, otto Stati membri hanno già adottato norme sul tema: Belgio, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Cipro, Malta e Portogallo. Le discipline nazionali, tuttavia, non sono identiche e variano per estensione del divieto, sanzioni e tutela di minori o persone vulnerabili.

