L’aurora a Roma ha le tinte del sogno che la luce non ha ancora interrotto, prima che si rompa l’incanto in cui magari corriamo su una spiaggia, baciamo un’ombra d’amore, litighiamo con un fantasma e si riaprano lentamente gli occhi, quasi increduli di trovarsi in una camera da letto, mentre la giornata incombe con i suoi doveri: e quello era un lunedì.
La raggiante domenica era iniziata palpitando: i romanisti sentivano arrivare, con una settimana d’anticipo sulla fine del campionato, l’onda del piacere sensuale, selvaggio, e un po’ stupratore, della vittoria che respirava insieme a loro, in attesa della congiunzione quasi carnale che avrebbe provocato anche una sola rete; i laziali ringraziavano che, fosse accaduto, almeno non si giocava a Roma. Questo non attenuava la sofferenza, ma la diluiva, visto che molti nemici sarebbero andati a prendersi la soddisfazione a Genova, non profanando l’Olimpico. Poi, per i biancocelesti, una settimana di supplizio: l’orgia dei festeggiamenti giallorossi si sarebbe prolungata fino al post partita successivo.
A Marassi, come sempre, le illusioni erano morte all’alba, proprio come i sogni; le squadre locali raramente regalano vere emozioni e quella offerta dalla Sampdoria era ancora di là da venire, con il dream team del 1991, Mancini, Vialli…ma quella è un’altra storia. Ora giocava il glorioso Genoa, il decano del football italico, ridottosi a lottare per la salvezza, che infine arrivò per un filo: ma anche questa è una storia diversa.
Ironia della sorte, ci si attendeva molto non dall’esotico Roberto Falcao, ma dal bomber romanista, che era proprio genovese. Oddio, esattamente di sotto la Lanterna, no: di un paese nell’entroterra, dove c’è l’aria buona e l’atmosfera, al tempo, era ancora rustica, Crocefieschi. Roberto Pruzzo, un biondo rossiccio dagli occhi celesti, dall’aspetto quasi crucco, era l’idolo della tifoseria della Lupa: aveva scavalcato anche i compagni “autoctoni”, si era fatto amare.
Infine, Roberto aveva mantenuto la promessa, la rete era arrivata; e, benché il Genoa, con Fiorini, fosse riuscito a segnare, il pareggio non aveva inficiato il successo: scudetto! dopo 41 anni e il primo alloro in tempo di guerra, gustato fino a un certo punto.
La gloria è come un’onda da surf: ti solleva, ti inebria, ti spaventa e costringe a mantenete l’equilibrio sulla cresta, per poi infrangersi sulla spiaggia come un flutto qualunque della caletta sotto casa: sta a te resistere all’urto della fine della popolarità, rinnovarla, riciclarti, rassegnarti, cambiare.
……….
Smaltire l’assalto dei tifosi, di Marcello Galeazzi, delle telecamere, di amici, parenti, conoscenti, per loro voleva dire questo: vagar a caso per quella capitale ebbra, il centro, la Cristoforo Colombo, l’Appia Antica, l’EUR e poi ancora Trastevere, il Colosseo, piazza Venezia, il Pincio, il Gianicolo: e fermarsi a guardare il sorgere del sole, su un altro giorno, altri affanni o nuove gioie calcistiche, che, per la Roma, dovranno attendere altri diciotto anni: ma questo , Di Bartolomei non lo sapeva. Fermò l’auto sotto casa, baciò Marisa: “ Saluta i ragazzi, ho bisogno di camminare un po’, a dopo”.
Agostino ripartì a razzo imboccando il raccordo anulare: girarlo a vuoto, senza meta, lanciare il bolide come uno di quei suoi tiri micidiali che i portieri nemmeno vedevano passare, gli serviva a scaricare la tensione; era vitale, per lui che prendeva tutto così sul serio, anche gli scherzi ai compagni, sempre un po’ eccessivi, violenti, fisici. Voleva uscire al Laurentino, quando si accorse di una figuretta lungostrada: ma…era una ragazzina, così l’arrotavano!
Frenò bruscamente, lo stridio fece voltare la fanciulla. Agostino la guardò con quel suo sguardo serio: un ovale da madonna, capelli lunghi alla vita, jeans, scarpe da ginnastica, maglietta bianca e bretelle: una periferica, una coatta, una collegiale in libera uscita?
“ Dove vai tu?”, chiese raggiungendola in retromarcia “ è pericoloso qui”
Lei lo guardò, un po’ in tralice, si fermò, sempre silente.
“ E’ successo qualcosa, stai male?”
Lei alzò appena lo sguardo. Si sfilò una specie di zaino. Ora Agostino si accorse che aveva con sé una custodia di cuoio nero.
“Sei una musicista? Una di quelle che va per strada coi madonnari?”, insistette dolcemente lui: temeva di sembrare un pappagallo, ma non aveva potuto ignorarla.
“Come ha fatto ad arrivare qui? “
Per tutta risposta lei aprì la custodia; ne estrasse un flauto, lo provò brevemente accennando un motivo: era “Kim” di Steve Hackett, ma lui non lo sapeva Ascoltò, mentre rare auto iniziavano a riempire quell’anello stradale infernale e qualche automobilista rallentava per osservare lo strano spettacolo.
“Non possiamo restare…Sali, dai, ti porto a casa!”
Lei terminò il brano, sorrise, ripose lo strumento. Infine salì.
“Come ti chiami, ragazza? Come ti trovi in questa situazione? Sei scappata di casa?”
“No…” rispose una vocina flebile
“Dove ti devo riportare? Guarda che rischio con questo passaggio…potrebbero pensare strane cose su di me”.
“ No, non credo”, ribatté la passeggera” sei troppo famoso”.
“Sai chi sono? E tu, come ti chiami?”
“Emanuela”.
“Sei di Roma?”
“Quasi…”
“Che significa?”
“ Esci ” suggerì lei indicando la 1, Aurelia.
Agostino eseguì
“Fermati qui, per favore” sussurrò
“ Lascia che ti riporti a casa. Diremo che eri una tifosa che si è persa. Una piccola romanista, ho visto sai, il tuo collarino”
“Sì, diremo così…ma tu…cosa farai?”
“Come…cosa…farò…? Mi conosci, sono un calciatore…giocherò”
“E dopo?”
“Dopo…dopo, chissà. Farò l’allenatore, il giornalista, chissà. Perché?”
“ Così. Forse ci rivedremo…non ora…tra un po’. Sono arrivata”.
“ Che significa? Siamo a San Pietro!”
“Già…”
“ Sei un’apparizione o una aspirante suora?”
“Anche qui abitano persone normali. Io sono una di queste. Ma non per molto”
“Resta un attimo. Non puoi andartene così. Che diranno i tuoi a quest’ora?”
“Niente. Dirò che ho passato la notte a girare con Agostino Di Bartolomei. Siamo tutti romanisti, in casa”
“Così mi metti nei guai!”
“No, stai tranquillo. Tu invece…non perderti d’animo, mi raccomando”
“Io??? E perché dovrei?”
“ E’ un attimo sai…è facile perdere la direzione, lasciare il timone…quel momento in cui niente più ti sembra importante…o forse non hai più bisogno delle cose importanti per gli altri…e puoi andartene..”
“Chi ti ha messo in testa queste idee?”
“Ciao Agostino”. Emanuela uscì, lieve com’era entrata, col suo zaino e il la sua custodia nera. Sparì quasi impercettibilmente dietro un arco.
La sua scia non lo abbandonò. Era ancora con lui, nel suo pensiero, un angolo da dove non si era mai mossa, in un altro maggio, undici anni dopo. Roma parlerà di noi e ci rimpiangerà.
Emanuela Orlandi – 1968/1983?
Agostino Di Bartolomei – 1955/1994
Il racconto è frutto di fantasia
Carmen Gueye
