Gianni Alemanno e il carcere: una coerenza lunga 20 anni

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È ormai di dominio pubblico la condizione detentiva di Gianni Alemanno, rinchiuso da mesi nel carcere di Rebibbia. Le sue lettere di denuncia sul sistema carcerario italiano non sono passate inosservate. In un Paese come l’Italia, tanto incline alla critica facile quanto spesso smemorato, non sono mancate le polemiche: c’è chi lo accusa di essersi accorto del problema delle carceri solo ora, e con lui la cosiddetta destra sociale.

Una lettura semplicistica, che forse dimentica — o ignora — che di “destre” ce ne sono molte. E che, almeno in questo caso, le parole di Alemanno non nascono da una folgorazione tardiva, ma da un pensiero maturato ben prima dell’esperienza personale.

A dimostrarlo è un documento riemerso in questi giorni: un’intervista rilasciata proprio da Alemanno nel 2005, ormai vent’anni fa.

Era il 26 luglio 2005 quando, allora ministro dell’Agricoltura e figura di spicco di Alleanza Nazionale, interveniva ai microfoni della trasmissione Radio Carcere, condotta da Riccardo Arena su Radio Radicale. Si discuteva di amnistia, ma anche — e soprattutto — delle condizioni delle carceri italiane. Le parole di Alemanno furono tutt’altro che di circostanza:

«Fare un provvedimento di amnistia non è un fatto di indulgenza, ma un dato di riconoscimento di diritti, di livelli di condizioni di vita accettabili […] Chi vive in condizioni così estreme si rafforza nella propria scelta criminale, non si ravvede, non ha processi di cambiamento.»

All’epoca, queste affermazioni non furono accolte con particolare entusiasmo, nemmeno all’interno del suo partito. Alemanno si dichiarava apertamente in dissenso rispetto a Ignazio La Russa, rivendicando la necessità di un voto di coscienza. Una posizione scomoda, tanto più perché proveniente da un’area politica spesso — anche a torto — considerata impermeabile a temi come l’umanizzazione della pena.

A distanza di vent’anni, quelle parole assumono un valore quasi profetico. Alemanno non è più un uomo di governo, ma un detenuto. E in questa nuova condizione, che sarebbe comodo derubricare a “conversione ex post”, riaffiorano invece le stesse convinzioni di allora. Non c’è contraddizione, ma coerenza: oggi come allora denuncia un carcere che non rieduca, non accoglie, non distingue, ma moltiplica emarginazione e disumanità.

In una delle sue lettere dal carcere, pubblicata nel luglio 2025, scrive:

«Il carcere è diventato un moltiplicatore di pena: non solo per chi è in attesa di giudizio, ma per tutti coloro che vivono senza acqua, con il caldo insopportabile, e senza alcuna forma di rieducazione vera.»

Sono le stesse parole — mutatis mutandis — del 2005. Oggi, però, Alemanno non parla più del carcere, ma dalcarcere. E questo passaggio, umano e politico insieme, rappresenta una frattura che pochi saprebbero sostenere con la stessa coerenza.

Alemanno critica la situazione carceraria per interesse personale? Ormai è di dominio pubblico quanto ha interessato Gianni Alemanno ormai da mesi in carcere. Al contempo non sono passate inosservate le sue lettere di denuncia sul sistema carcerario italiano e in un Paese come l’Italia, tanto dedito alla facile critica, non sono mancate polemiche sul fatto che solo ora Alemanno e la destra sociale si sono accorti del problema delle carceri, forse un pò dimenticandosi che di destra ve ne sono tante. A riprova di come però la realtà sia ben distante da quella paventata dagli oppositori e di come certe lettere siano coerenti con un modo di pensare, è emersa in questi giorni una intervista fatta proprio da alemanno nel 2005, ormai 20 anni fa.

Alemanno non è più un uomo di governo, ma un detenuto. E in Quella che potrebbe sembrare una comoda “conversione ex post” si rivela, invece, la riaffermazione di convinzioni profonde e già espresse vent’anni fa. Non c’è contraddizione, ma coerenza: oggi come allora, Alemanno denuncia un carcere che non rieduca, non accoglie, non distingue, ma amplifica l’emarginazione e la disumanità.

Secondo la sua analisi, il carcere è diventato un moltiplicatore di pena, non solo per chi è in attesa di giudizio, ma anche per chi vive quotidianamente in condizioni estreme, senz’acqua, oppresso dal caldo, e privo di qualsiasi forma concreta di rieducazione.

Sono le stesse parole — con sfumature diverse — di quel 2005. Ma oggi Alemanno non parla più del carcere da osservatore esterno: parla dal carcere. E questo passaggio, insieme umano e politico, rappresenta una frattura che pochi saprebbero sostenere con la stessa coerenza.

Redazione
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La Redazione di Secolo Trentino è il team editoriale del quotidiano online indipendente fondato nel 2013. Copriamo ogni giorno le notizie di cronaca, politica, economia e cultura dal Trentino e dall'Italia. Direttrice Responsabile: Martina Cecco.

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