Se uno straniero dovesse leggere I promessi sposi se ne innamorerebbe, mentre noi quando ci apprestavamo a studiarli sbuffavamo solo a sentirli nominare e il problema non è Manzoni, ma il modo in cui ce lo raccontano e ce lo hanno raccontato. Abbiamo preso un romanzo vivo — ironico, crudele, tenero — e lo abbiamo lasciato mummificare in classe tra parafrasi, interrogazioni e “Addio, monti…” imparati a memoria senza sapere davvero a chi stiamo dicendo addio.
Non è un vizio recente. Da anni ripetiamo che I promessi sposi sono «un mattone», «prolisso», «moralista», poi capita che un lettore non italiano ne colga la grazia, la precisione chirurgica della lingua, l’intreccio che passa dal comico alla tragedia senza stridere, la galleria di figure che sono diventate i nostri archetipi.

Se ripercorriamo le figure chiave del romanzo ci accorgiamo di quanto esse siano ancora vere, concrete, reali eppure i personaggi descritti sono vissuti nel 1600. Pensiamo a Don Abbondio, egli non è solo un prete pauroso ma la paura che diventa istituzione, un uomo che ha scelto la strada più facile per sopravvivere e che porta avanti solo il suo bieco interesse, essendo consapevole di essere un debole, ‘’come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro’’. I bravi di Don Rodrigo sono persone che conoscono la violenza come unica forma di comunicazione e rispondono ad un potere che percepiscono più forte, così come l’Azzeccagarbugli che non è un macchiettone forense ma rappresenta il diritto che si piega al potente. Fra Cristoforo è un esempio di redenzione e di quanto una persona, dopo un grave errore, possa cambiare, così come l’Innominato. E poi la monaca di Monza, donna che ha subito violenze psicologiche fin dall’infanzia, costretta a scegliere la vita monacale dal padre. Avete mai letto la sofferenza della piccola Gertrude e la violenza perpetuata nel corso del tempo che veniva accettata dalla società? Vi sembra roba da museo?

Oltre ai personaggi ci sono tematiche come la peste la quale è molto più che una calamità narrativa o un espediente letterario. Manzoni ci mostra come le persone, di fronte alla paura, al dolore, alla sofferenza, reagiscono. Ci mostra la caccia agli «untori» che conosciamo fin troppo bene, oggi che scambiamo spiegazioni facili per verità. Manzoni qui non predica e – come fanno gli storici – osserva, ascolta, mette in fila gesti e conseguenze, come fanno i cronisti, si lascia scappare delle piccole osservazioni solo di fronte alla sofferenza della madre di Cecilia.
Perché allora così tanti italiani lo odiano? Perché a scuola abbiamo scambiato la lettura con la penitenza: capitoli assegnati a freddo, note che zavorrano ogni riga, contesti storici stiracchiati, nessun ponte con l’oggi. È come portare i ragazzi sul lago di Como e tenerli sulla corriera a guardare il panorama dai vetri appannati e poi ci stupiamo se dicono che il viaggio è stato noioso.
E qui entra in gioco la bravura dell’insegnante perchè classico non si apre da solo: qualcuno deve trovare la chiave giusta e metterla nella serratura. Un buon docente sa fermarsi su una virgola per far sentire l’ironia che ribolle sotto la morale apparente, sa leggere ad alta voce senza declamare, mette in scena i dialoghi, fa parlare la peste con le fonti e concede a Don Abbondio il diritto di replica. Non è spettacolo: è artigianato paziente — scelta dei brani, ritmo delle lezioni, coinvolgimento emotivo. Dove questo accade il romanzo respira; dove manca, resta il monumento di gesso, come se il romanzo si riducesse solo a Renzo, Lucia e alla morale cattolica.
Il fatto che questo romanzo sia stato scelto come modello per la lingua italiana, come canone per il nostro nuovo stato italiano – il Regno d’Italia nasce nel 1861 e l’ultima edizione dei Promessi sposi è del 1840-42 – non è certo un caso: Manzoni, molto più di Dante, è il nostro padre linguistico perchè ha forgiato il nostro modo di scrivere, il nostro lessico, la nostra lingua.
Resta una convinzione, semplice e scomoda: il canone non è un mausoleo. Ha senso tenere I promessi sposi nei licei, semmai proporlo anche alle medie, proprio perché ci costringono ancora a scegliere da che parte stare. L’Italia che raccontano — l’arte di arrangiarsi e la sete di giustizia, la furbizia e l’etica, il potere e la coscienza — è la nostra, ieri come oggi. Ma senza la bravura dell’insegnante nessun testo prende luce: serve una voce che scandisca il ritmo, che mostri l’ironia, che apra la porta al dubbio. Vedremo che il famoso “mattone” è in realtà una casa solida dove si impara a vivere nella polis.


