martedì, Febbraio 10, 2026
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Cannabis: Trump apre alla riclassificazione, Italia la vieta

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A sorpresa, in un Paese che ha fatto della “war on drugs” un totem politico, Donald Trump sembra pronto a mettere mano alla classificazione federale della cannabis. Oggi la marijuana è in Schedule I — accanto a eroina e LSD, nella categoria più severa e stigmatizzata — ma l’ipotesi sul tavolo è di spostarla in Schedule III, dove siedono farmaci come la ketamina e gli steroidi anabolizzanti.

Trump non parla di legalizzazione, e nemmeno di liberalizzazione selvaggia. L’operazione è, per ora, un aggiustamento tecnico: allentare le restrizioni per permettere la ricerca medica, ridurre l’attrito fiscale sulle aziende del settore e aprire margini per una regolamentazione più ordinata. È un cambio di tono importante, ma non una rivoluzione. E, forse, proprio qui sta la chiave di lettura in stile MAGA pluralista: un approccio che non rinnega i principi dell’ordine e della legge, ma che riconosce l’esigenza di adattarsi alla realtà di un mercato e di una società che in buona parte degli Stati ha già fatto le sue scelte.

In sottofondo, si percepisce l’impronta di Robert F. Kennedy Jr., oggi segretario alla Salute. Un uomo che, da attivista, aveva sostenuto apertamente la legalizzazione, ma che ora, nei panni istituzionali, adotta una cautela chirurgica. Kennedy non si è espresso a favore della riclassificazione, rimandando la decisione alla DEA e al Dipartimento di Giustizia. È una mossa che serve a non urtare l’ala conservatrice più rigida, ma che lascia filtrare una posizione di fondo: la possibilità di aprire, sì, ma dentro un quadro di controlli stringenti, soprattutto sui prodotti ad alto contenuto di THC e sull’accesso da parte dei più giovani.

Non stupisce, quindi, che il dibattito interno al fronte conservatore sia acceso. C’è chi vede nella proposta di Trump un segnale di cedimento morale, un passo verso il “decadimento sociale” denunciato da opinionisti come Matt Walsh. Ma c’è anche chi, pur non condividendo l’uso ricreativo, riconosce che una politica troppo punitiva ha generato più danni che benefici, alimentando il mercato nero e limitando le opportunità di studio e sviluppo. È un pluralismo reale, che un tempo sembrava impossibile sotto la bandiera MAGA.

E mentre in America si ragiona se ridurre lo stigma sulla cannabis, in Italia il pendolo va nella direzione opposta. Di recente con il Decreto Legge n. 48 dell’11 aprile 2025, ovvero il famoso Decreto Sicurezza, il governo ha equiparato la cannabis light — quella con contenuto di THC sotto lo 0,2%, fino a prima venduta legalmente — alle sostanze stupefacenti vietandone vendita e detenzione. Una scelta che ha cancellato di colpo un settore economico emergente, spesso composto da piccole realtà agricole e commerciali, e che rischia di scontrarsi con le normative europee sul commercio della canapa.

Il contrasto è netto: negli Stati Uniti si tenta un equilibrio tra ordine pubblico e libertà economica, in Italia si procede con una repressione che non distingue tra uso e abuso, tra pericolo reale e percepito. È una differenza che dice molto non solo delle politiche sulle droghe, ma anche del diverso rapporto tra Stato, mercato e cittadini.

In fondo, la partita non è sulla cannabis in sé, ma sul tipo di società che si vuole costruire: una società che si limita a proibire, o una società che, pur mantenendo il controllo, sa riconoscere che certe battaglie si vincono regolando, non demonizzando.

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