Oggi, sempre più spesso, internet è un luogo che deforma — fino a spezzarla — la realtà e soprattutto la vita. La morte in diretta di Jean Pormanove, Raphaël Graven, 46 anni, non è solo una tragedia personale: è uno specchio puntato sulla nostra idea di civiltà e soprattutto su quella digitale. È accaduto durante una maratona oltre le 298 ore sulla piattaforma Kick, dopo mesi di contenuti in cui, secondo ricostruzioni giornalistiche, lo si vedeva subire umiliazioni e atti violenti. Le autorità francesi hanno aperto un’indagine.
I primi riscontri autoptici della Procura di Nizza, ripresi anche da El País, escludono che il decesso sia stato causato da traumi o dall’intervento di terzi. Restano in corso accertamenti medico-legali e tossicologici per chiarire l’esatta causa della morte. È un punto decisivo: la responsabilità penale si accerta nei tribunali, non nei commenti. Ma, al netto del nesso causale, rimane il tema ineludibile della violenza rappresentata e monetizzata in live.
Le piattaforme non possono rifugiarsi nel mito dell’algoritmo neutrale. Kick, come riferito da CNN, ha fatto sapere di collaborare con le autorità e di aver bannato i partecipanti all’ultima diretta; segno che un margine d’intervento esiste e non è solo tecnico. A rimetterci, in parte, anche chi sulla piattaforma svolge attività normali. Se l’audience diventa misura unica del valore, la dignità finisce ai margini, sacrificata alle metriche. Sta qui il cedimento sistemico: quando la moderazione arriva dopo, e non prima, ha già perso la sua ragion d’essere.
Sarebbe comodo fermarsi all’accusa contro “la piattaforma”. L’altro lato della tragedia è chi guarda, commenta, condivide e magari si convince che sia tutto finto, tutto simulato, o prova piacere come nel caso dello stupro di Palermo nel 2023. Non esiste neutralità dello sguardo quando la sofferenza diventa contenuto. La lunga durata della diretta, la costanza del pubblico, la trasformazione del dolore in format raccontano un’educazione sentimentale rovesciata, in cui la ricerca di attenzione smussa i confini morali fino a cancellarli. È questo scarto, più di ogni altro, a renderci smarriti.
La domanda, allora, non è soltanto come sia potuto accadere, ma quanto lontano ci siamo spinti come società nel tollerare l’inaccettabile. L’indagine aperta in Francia e le prese di posizione pubbliche sono necessarie, ma non bastano se non diventano prevenzione. Servono procedure ex-ante sui contenuti violenti e sui soggetti vulnerabili, trasparenza sulle scelte algoritmiche e sugli incentivi economici, tracciabilità delle escalation nei canali live, un’educazione digitale che restituisca peso alle parole “limite” e “dignità”. Non sono idee astratte, sono idee fattibili. Solo così l’idea stessa di spazio pubblico online può tornare a somigliare a una comunità e non a un’arena.
La vicenda di Jean Pormanove ci lascia un mondo più povero di umanità proprio perché ci somiglia: attratti dal flusso, disabituati al pudore, pronti a trasformare tutto in spettacolo pur di esserci. Senza un limite condiviso, la libertà diventa la maschera tragica di un abisso.
M.S.


