Ciro Esposito: il tifo è un valore?

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3 maggio 2014. All’Olimpico si gioca la finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, in campo neutro. Arrivano i pullman dei tifosi, ci si predispone a una giornata “calda”, le forze dell’ordine sono schierate ma, tutto sommato, non si aspetta una catastrofe; le due rispettive  tifoserie non sono certo amiche, si registra qualche scontro in passato ( è di prassi), ma nemmeno c’è l’odio inveterato che i viola nutrono, per esempio, verso la Juventus, in verità nemico comune di parecchi club, Napoli compreso; il quale, a sua volta, coltiva accesi contrasti soprattutto con le squadre milanesi; e poi siamo a Roma, dunque i tremendi ultras del posto, pur non amando i partenopei, dovrebbero starsene alla larga. Siamo patetici con la nostra ignoranza di certi meccanismi, ce ne rendiamo conto: ma, visto da fuori, così il fatto appare ai semplici spettatori non invischiati col tifo.

Per l’appunto un corrierone a due piani sta arrivando con a bordo una pattuglia di tifosi azzurri: ci sono uomini, donne, ragazzi. Il mezzo viene indirizzato nel parcheggio attiguo a un locale da intrattenimento, il Ciak Village, a Tor di Quinto: da lì, si proseguirà verso lo stadio a piedi.

Nei pressi si trova un centro polisportivo, “Trifoglio”, dove si pratica ovviamente il calcio, in cui si allenano squadre di bambini denominate “Pulcini” e “Piccoli amici”. Il coach è Daniele De Santis, un omaccione grande e grosso, tatuato da testa a piedi, sulle dita S.P.Q.R, capo storico dei tifosi ultra romanisti, già militante nelle fazioni oltranziste “Boys” e “Frangia ostile”:  il personaggio che molti ricordano scendere in campo durante il derby Roma-Lazio del 2004, per convincere capitan Francesco Totti che era meglio rinviare la partita, causa l’agitazione serpeggiante sugli spalti, per la notizia, non confermata,  di un bambino investito da una volante della Polizia.

Daniele, detto “Gastone”, vive da single in una sorta di lotf ricavato all’interno del centro, di cui si occupa in generale, manutenzione, sorveglianza e quant’altro serve. Ha qualche addebito passato relativo al suo status di capopoplo, sarebbe strano il contrario, ma nulla di grave e niente condanne. Naturalmente si parla di un certo mondo, con i criteri che lo contraddistinguono: a noi fa paura a prescindere.

Di solito si legge, sommariamente, che quella domenica egli si rese responsabile dell’omicidio, a colpi d’arma da fuoco, del ventinovenne supporter napoletano Ciro Esposito ( spirato dopo 59 giorni in cui si sperò nella sopravvivenza); e che è stato condannato, in via definitiva, a sedici anni. La vicenda, così narrata, ci sembra alquanto semplificata; e ci interessa solo in quanto rappresentativa di un clima generale in cui quello sport è precipitato, senza che alcuno vi trovi a ridire.

Per qualche ragione, che solo gli appassionati possono conoscere e interpretare, intorno al pullman in arrivo si addensano dei facinorosi. Si contrappongono le versioni dei tifosi in corriera e di Daniele. Vediamo i primi.

Quelli che testimoniarono in aula, compreso il cugino della vittima, sostengono di ver visto spuntare De Santis, spalleggiato da alcuni figuri travisati con casco, mentre tirava bombe carta verso Ciro, che si avvicinava per cercare di capire cosa stesse succedendo; il romano a un certo punto estrasse una pistola e accadde la tragedia.

Molto più articolato il racconto di Daniele. Preoccupato perché quel giorno erano presenti i bambini da lui allenati, per i cani che vi giravano, e comunque per eventuali invasioni nel centro da lui curato, esce in perlustrazione, ma viene aggredito da una selva di persone. La circostanza non può essere negata: l’uomo, che pure è fisicamente piuttosto ben piazzato, verrà ritrovato attinto da cinque ferite da arma da taglio, con frattura delle ossa costali e nasali, una ferita lacero-contusa alla fronte e un piede quasi staccato dalla caviglia, lesione che non recupererà mai e gli lascerà una gamba più corta dell’altra.

Non detta, ma sullo sfondo, è l’ideologia politica alla base di queste falangi, ovvero il neofascismo. In aula testimonierà, chiamato dalla difesa, un amico di De Santis, a suo tempo rimasto senza casa e ospitato da lui per un anno: comunista estremo dichiarato, afferma che mai nessuno, del giro di Daniele, gli aveva mosso obiezioni sulla sua ben nota appartenenza politica.

Quanto alla pistola, De Santis sostiene che essa fu usata per colpirlo col calcio e se la ritrovò vicino, decidendo di utilizzarla per difendersi dalla massa di individui che stava venendo verso di lui con chiare intenzioni aggressive; e che non era certo stato lui a confezionare e lanciare ordigni, ma aveva cercato di scostarli da sé.

La responsabile del Ciak dichiara che, notata la pistola per terra, temendo che qualcuno la raccattasse, vistasi in pericolo, l’aveva raccolta e buttata in un bidone dei rifiuti pertinente al locale.

Certo è solo che è morto un giovane uscito da casa per seguire la squadra del cuore. De Santis si rammarica per la degenerazione, a suo dire, del calcio verso il business, a scapito del sentimento di affetto e passione che dovrebbe animare ogni tifoso; parla di posto sbagliato al momento sbagliato e dice di pensare a Ciro tutti i giorni.

Noi però temiamo che la resipiscenza delle tifoserie non sia un valore acquisito; vediamo sempre meno gioia, sempre più animosità, a dispetto di Daspo e tornelli e reti da pollaio per “blindare” tifosi indiavolati. Dalla morte di Vincenzo Claudio Spagnuolo, tifoso genoano accoltellato a morte fuori dallo stadio di Marassi prima della partita Genoa- Milan, il 29 gennaio 1995, ai fatti di Roma del 2014, erano pur passati quasi vent’anni: invano. Oggi, chissà.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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