L’abbordaggio della Global Sumud Flotilla era scritto, eppure resta uno scandalo. Navi civili, cariche di viveri e medicinali, sono state fermate in acque internazionali dalla marina israeliana come fossero minacce militari. Non è stata un’azione di sicurezza, è stato un atto di forza. Lo sapevano tutti: i volontari che hanno preso il largo, i governi europei che hanno preferito restare spettatori e persino gli stessi giornali. Eppure, anche quando un esito è prevedibile, non per questo smette di essere inaccettabile.
Si dirà che era una provocazione, che nessuno davvero pensava di “bucare” il blocco. Ma qui il punto non è l’esito: è il coraggio del gesto. Su quelle navi non c’erano estremisti, ma studenti e pensionati, ragazzi e anziani che hanno deciso di rischiare tutto pur di non accettare il silenzio. E il silenzio è stato quello dei governi, a partire dal nostro. Invece di difendere i propri cittadini, invece di riconoscere almeno la legittimità morale di un tentativo di aiuto, li hanno accusatie dipinti, nei fatti, come complici del nemico. Non criminalizzati da Israele, ma dall’Italia.
Il paradosso è evidente: con la Russia l’Occidente ha saputo mostrare i muscoli, sanzioni morali durissime, isolamento politico e sportivo, bandi culturali e commerciali. Con Israele, invece, complicità e indulgenza. Due pesi e due misureche gridano al cielo. Gaza continua a bruciare, i civili continuano a morire, e noi ci limitiamo a commentare. Neppure gli Stati arabi hanno trovato il coraggio di aprire una vera via di fuga, preferendo piegarsi alla logica degli interessi di Israele.
Che cosa resta, allora? Resta l’immagine di una piccola flotta che ha mostrato più dignità di interi governi. Non ha vinto sul piano pratico, perché nessuno si illudeva che avrebbe potuto forzare il blocco. Ma ha vinto su un altro piano:ha costretto il mondo a guardare di nuovo a Gaza, a rompere per qualche giorno il muro dell’indifferenza. Non è poco, in un tempo in cui la notizia dura lo spazio di un mattino e la sofferenza di un popolo può essere cancellata con un comunicato. Il problema è che, oltre alla loro azione, resta ben poco: sia i governi a sostegno della Palestina sia quelli più moderati sulla questione, alla fine, si comportano allo stesso modo.
Alla fine, gli unici veri sconfitti restano i civili palestinesi. Sono loro che continueranno a pagare il prezzo più alto, a vivere nell’inferno quotidiano di macerie e assedio. Ma questa vicenda ci lascia un dovere preciso: non nasconderci dietro l’ipocrisia, non fingere che sia tutto normale. La responsabilità è dei governi che hanno scelto la complicità. Ma è anche nostra, se accettiamo di voltare lo sguardo.
M.S.

