In Italia la carta non muore mai. Anzi, cresce. Nel solo 2024 sono state pubblicate 35.140 pagine di Gazzette Ufficiali, un muro di norme, decreti, circolari e ordinanze che – se impilate – raggiungerebbero quasi due metri d’altezza e peserebbero oltre ottanta chili. È il simbolo plastico di un Paese che continua a legiferare più di quanto riesca a respirare.
A dirlo è la CGIA di Mestre, che in un nuovo report fotografa l’assurdo burocratico in cui vivono cittadini e imprese. Il giorno più emblematico dell’anno non è stato un giorno qualunque: il 18 aprile 2025, quando l’Istituto Poligrafico ha pubblicato un solo Supplemento – quello con i nuovi Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, gli ex studi di settore – composto da 5.157 pagine. Cinquemilacentocinquantasette. In una sola giornata. Una montagna di carta per spiegare, si fa per dire, come valutare l’affidabilità fiscale delle imprese.
Nei primi nove mesi del 2025, le Gazzette già stampate sono 227, con 31 Supplementi straordinari. In totale fanno 25.888 pagine, appena 189 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma il numero, più che un record, è la prova che nulla cambia. L’Italia continua a produrre leggi a ritmo industriale, anche se ogni nuova norma si sovrappone alle precedenti e genera ulteriore caos.
Eppure, in mezzo a questa iperproduzione, un piccolo passo avanti c’è stato. Il 24 aprile 2025, con il Supplemento n. 14, sono state finalmente abrogate 30.700 leggi prerepubblicane, risalenti al periodo fra il 1861 e il 1946. Un gesto di pulizia storica che ha cancellato perfino decreti del Duce e atti luogotenenziali. Un segnale positivo, anche se insufficiente a rianimare un sistema che soffoca nella propria burocrazia.
Il problema, spiega la CGIA, non è solo la quantità. È la qualità delle leggi: spesso scritte male, piene di rimandi, in contraddizione tra loro. Un dedalo che paralizza la Pubblica Amministrazione, costringe i funzionari a rinvii e interpretazioni, e lascia spazio alla discrezionalità. Quando una norma non è chiara, chi la deve applicare finisce per difendersi dietro la prudenza, rimandando le decisioni. E dove la discrezionalità cresce, si aprono spiragli per corruzione e concussione, quei comportamenti grigi che prosperano nei vuoti delle regole.
Il prezzo di tutto questo è altissimo. Secondo le stime, la “cattiva burocrazia” costa ogni anno alle imprese italiane 57,2 miliardi di euro. Un fardello che pesa di più nei territori dove l’attività economica è più intensa: Milano guida la classifica con 6,1 miliardi di costi, seguita da Roma con 5,4, poi Torino, Napoli e Brescia. In fondo alla lista, le province più piccole come Enna, Vibo Valentia e Isernia, che pagano “solo” qualche decina di milioni. Ma in proporzione, il risultato non cambia: è un sistema che penalizza chi lavora e produce.
Nel frattempo, i grandi progetti di semplificazione restano sulla carta. Il PNRR prevedeva una riduzione drastica delle procedure entro il 2025, ma le scadenze sono state rinviate al 2026. Le piattaforme digitali dei Comuni, come gli sportelli SUAP e SUE, sono ancora in fase di adeguamento. L’intelligenza artificiale, che potrebbe far dialogare tra loro le banche dati pubbliche, è appena un’idea. Tutto procede, come spesso accade in Italia, “a normativa vigente”.
Così la burocrazia resta la vera tassa invisibile del Paese: una montagna di carta che non si scalare, ma solo subire. E mentre si discute di intelligenza artificiale, ciò che davvero servirebbe alla macchina pubblica italiana sarebbe forse una dote più antica: il buon senso.


