martedì, Febbraio 10, 2026
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Gaza, tregua dopo 737 giorni: “Ospedali distrutti, bambini senza cure. La pace comincia dal diritto alla salute”

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Dopo due anni di guerra e 67.000 morti, a Gaza è arrivata una tregua. Le prime ore hanno visto il ritorno degli ostaggi, il progressivo ritiro delle truppe israeliane e il passaggio dei primi camion di aiuti umanitari. Famiglie intere, sfollate da mesi, tornano tra le macerie di Gaza City, dove interi quartieri sono stati cancellati. Ma la guerra, dicono i medici, non finisce quando tacciono le armi: comincia solo quando si ricomincia a curare la vita.

Il professor Foad Aodi, presidente dell’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia e fondatore dell’Unione Medica Euromediterranea e del movimento Uniti per Unire, parla di “giorno storico ma fragile”. “Accogliamo la tregua con gioia e speranza, ma la vera pace si misura sul diritto universale alla salute”, spiega. “Non basta fermare le armi: servono corridoi sanitari, ospedali mobili, delegazioni di medici e infermieri per salvare vite. A Gaza il 95% degli ospedali è distrutto, e migliaia di bambini feriti rischiano di morire per mancanza di cure”.

L’accordo di Sharm el-Sheikh prevede la liberazione di venti ostaggi israeliani e di 1.966 prigionieri palestinesi. È un passo che molti definiscono storico, ma la devastazione resta immensa: 1,5 milioni di persone senza casa, 177.000 feriti, 40.000 orfani e 20.000 bambini uccisi. Le strade Rashid e Salah al-Din vengono riaperte a fatica dalle ruspe, mentre il rischio di epidemie cresce di giorno in giorno: acqua contaminata, fognature distrutte, ospedali irriconoscibili. I medici locali denunciano che almeno 5.500 bambini dovrebbero essere trasferiti all’estero per interventi chirurgici urgenti, mentre servono oltre 10.000 protesi per chi ha perso gli arti. Nel frattempo, 310 persone sono già morte di fame, e i forni ancora funzionanti non bastano a sfamare la popolazione. Ne servirebbero trentamila, insieme a centinaia di migliaia di tende per accogliere gli sfollati.

“Abbiamo chiesto dal primo giorno corridoi umanitari e ospedali mobili”, aggiunge Aodi. “Ora serve una missione medica internazionale: medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi, insieme a forniture di protesi e farmaci. Solo così si può ricominciare”. Le sue parole arrivano mentre il bilancio dei professionisti caduti è devastante: 1.670 tra medici, infermieri e operatori sanitari, e 268 giornalisti uccisi mentre documentavano la tragedia. “La perdita di chi cura e di chi racconta la verità è una ferita per tutta la comunità internazionale. Senza salute e senza verità, nessuna pace può durare”.

A Gaza le donne partoriscono spesso tra le macerie, senza assistenza né farmaci. Le scuole e le università, distrutte per oltre il settanta per cento, restano chiuse da quasi due anni. Migliaia di bambini crescono senza famiglia, senza scuola e senza sostegno psicologico. “Ricostruire scuole e ospedali significa restituire futuro a un’intera generazione”, ribadisce Aodi. “Oggi serve un piano globale per riportare istruzione, salute e dignità dove c’è solo silenzio”.

Il presidente dell’Amsi lancia infine un appello all’Italia, chiedendo al Ministero degli Esteri un gesto concreto: permettere agli studenti palestinesi con borse di studio di portare subito con sé i propri figli. “Evitare il trauma della separazione sarebbe un segnale di civiltà e di pace vera”, conclude.

Mentre il mondo guarda altrove, Gaza resta il simbolo più crudo della fragilità umana. Dopo 737 giorni di guerra, 67.000 morti, 177.000 feriti e un sistema sanitario cancellato, la tregua è solo il primo respiro. “Non si può parlare di pace se un bambino muore di fame o per mancanza di antibiotici”, ricorda Aodi. “La pace si misura sul diritto alla vita”.

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