La giornata dell’accordo di pace tra Israele e Palestina è stata accolta da rulli di tamburi, sorrisi, celebrazioni e parole altisonanti. Dopo oltre 737 giorni di guerra, il mondo ha tirato un sospiro di sollievo, convinto che finalmente la pace fosse tornata a regnare su Gaza. Ma a guardarla bene, questa pace somiglia più a una tregua di comodo che a una vera rinascita.
Israele ha liberato oltre duemila prigionieri, molti dei quali legati al mondo di Hamas. Dall’altra parte, Hamas ha restituito gli ostaggi israeliani. Due gesti speculari, apparentemente equi, che hanno permesso a entrambe le parti di dichiararsi soddisfatte, almeno davanti alle telecamere. Ma dietro le bandiere e le strette di mano resta un conto irrisolto: quello delle vittime civili, gli unici veri sconfitti di questa guerra.
Dopo due anni di conflitto – un conflitto che si poteva evitare e che molti sapevano destinato al disastro – Gaza è una città in macerie. Gli abitanti, sopravvissuti ai bombardamenti e alla fame, non hanno ottenuto nulla da questo accordo, se non promesse di ricostruzione e una pace che non tocca la loro vita quotidiana.
Gli Stati Uniti, secondo quanto trapela, guideranno i piani per la ricostruzione. Ma la prospettiva è tutt’altro che liberatoria: un controllo esterno, politico e militare, che rischia di trasformare Gaza in un protettorato più che in una terra libera. Si parla già di “supervisione internazionale”, di “riorganizzazione amministrativa”, e qualcuno teme perfino un nuovo esodo dei palestinesi, questa volta in nome della stabilità.
Il risultato finale è paradossale: i due contendenti possono dire di aver ottenuto qualcosa, mentre chi non combatteva ha perso tutto. I civili – uomini, donne e bambini che da anni vivono tra le rovine – restano senza diritti, senza futuro e senza voce. La pace è arrivata, ma non ancora per loro.


