Sono esplose polemiche su questo nuovo personaggio della politica italiana, per ora locale. Alle recenti elezioni regionali toscane la sua lista “Toscana rossa” non ha raggiunto il quorum, ma lei quale candidata sì; è stato preannunciato un ricorso. Nel frattempo Bundu tira frecciate a Elly Schlein, che sostiene essere stata sua sostenitrice, per poi ignorarla al momento della nomina a segretario del PD: polemicuzze che poco ci riguardano.
Ci coinvolge invece un sedicente meeting antirazzista al quale la signora ha partecipato, dal titolo “Smantellare la bianchezza”, oggetto di contestazioni, a cui lei ha replicato affermando che il significato riguardava l’egemonia culturale e non i singoli caucasici da sterminare.
Bundu si definisce nera, fiorentina e di sinistra. Nata a Firenze nel 1969 da madre italiana e padre della Sierra Leone, racconta di aver vissuto un po’ in Italia e un po’ nel paese paterno, a cavallo di più culture; non parla molto, invece, del suo trascorso legame con Piero Pelù, un passionario amante dei vax. Già il tema della puntura obbligatoria dovrebbe farla saltare sulla sedia, essendo la psicopandemia frutto proprio di quella predominanza decisionale che dice di voler combattere, ma in tema lei era entusiasticamente a favore.
Quanto al colore, si pensava ormai tramontato il tempo delle classificazioni, proprio in omaggio alle visioni di sinistra che, sprezzando la divisione in generi, dovrebbero ignorare quella in colori: e quello di Antonella non sembra più scuro di quello di un qualsiasi italiano abbronzato, come se l’ascendenza materna non avesse alcuna incidenza nel suo aspetto e nella sua cultura, che pure lei considera ecumenica. Tanto per fare un esempio, il suo concittadino Carlo Conti appare più scuro di lei.
L’argomento è sempre oggetto di discussione proprio quando sembra sia superato. Negli anni sessanta e settanta persone “non caucasiche” (a quanti giri di parole ci costringono) erano presenti, anche in Italia, in televisione, al cinema, nelle pubblicità, senza che alcuno avesse da obiettare; contemporaneamente giungevano nella penisola molti studenti africani, come il padre di Bundu, alcuni introdottisi felicemente anche in parlamento e in senato, come il professor Jean Leonard Touadi, il leghista (!) nigeriano Toni Iwobi, la dottoressa d’origine congolese Cecilia Kienge; ecco forse sempre felicemente no, vista la tormentata esperienza ancora in corso di Aboubacar Soumahoro, ma non si può parlare di lui, in nome di un razzismo inverso secondo cui, se critichi un africano per comportamenti o idee, sei automaticamente un perverso negriero e ce l’hai con la razza diversa, concetto che questi nuovi pasdaran vogliono non far dimenticare a quelli come noi, moltissimi, che se l’erano bell’e scordato.
Il look alla Angela Davis di questa nuova star vorrebbe forse far pensare alle vecchie sommosse, un po’ radical chic, dei tempi in cui King, che forse non è stato bene ascoltato, affermava che la sua lotta era per tutti gli oppressi senza distinzione di epidermide. Le argomentazioni tagliate col coltello di questi soggetti, peraltro, escludono intere fasce di umanità che non sono né black né white, come gli asiatici o gli indios o gli stessi maghrebini, che poco vogliono in genere spartire con l’Africa subsahariana (non dite nera, per carità), non considerandoli magari utili alla causa di dividere i popoli che il cattivo bianco John Lennon voleva unire.
Perché così è: se mostri attenzione alle discriminazioni sei il solito occidentale che posa ad antirazzista; se obietti sull’immigrazione selvaggia, vai vicino alla condanna capitale per leso diritto a cercare fortuna; se ricordi che anche gli italiani sono emigrati con gravi disagi, ti ridono in faccia; aiutarli a casa loro, per l’amor del cielo, non va più di moda; ricordare che nelle nazionali sportive ci sono anche italiani con origini esteuropee è ormai reato da tribunale dell’Aja, bisogna parlare solo della Egonu.
Per caso costoro vorrebbero l’odio perpetuo, senza il quale non se li filerebbe nessuno?
Carmen Gueye

