«Quanto successo a Ranucci è inquietante, inimmaginabile nel 2025. Ti fanno scoppiare l’auto dieci minuti dopo che sono passati i tuoi figli, con una persona che ha attivato la miccia e poi si è dileguata, quindi che si sentiva sicura di quello che faceva. È una roba veramente da Colombia».
Così Klaus Davi, giornalista d’inchiesta, durante il suo intervento su Radio Cusano Campus, nel corso del programma Battitori Liberi condotto da Gianluca Fabi e Savino Balzano.
Davi ha sottolineato la gravità del gesto, ricordando che Ranucci è un padre di famiglia: «Io non ho famiglia e questo è un vantaggio per il mio lavoro, ma Sigfrido ha dei figli. L’avvertimento mi ha colpito più per la figlia che non per lui: in fondo, un giornalista come Ranucci mette in conto certi rischi».
«Vedremo cosa c’è dietro — ha proseguito — lo stile è molto mafia di Ostia, però è troppo professionale per essere derubricato solo a un fatto così. L’hanno pedinato, sapevano che non c’erano telecamere, hanno fatto una sorta di bonifica locale. Il committente, pur senza prove, potrebbe essere un’organizzazione criminale importante che ha delegato a una sul territorio, ma non possiamo escludere un settore deviato delle istituzioni. C’è un lato sporco dello Stato, bisogna dirlo: oggi celebriamo i tre carabinieri uccisi in una situazione terribile, ma ci sono anche ombre interne, come i servizi».
Sul piano politico, Davi ha apprezzato la tempestività del Governo: «La Meloni è stata la prima a fare una nota stamattina presto, ha fatto una mossa intelligente. Io non amo gli estremismi, questo governo è stato eletto democraticamente, ma sicuramente c’è un clima pesante nel Paese, non è un momento facile per il giornalismo. Mi ha molto stupito che, per una persona come Sigfrido, straminacciata e sotto scorta, non ci siano state le antenne per cogliere il rischio».
Il giornalista ha poi richiamato un episodio personale: «Sono uscite le intercettazioni del clan Barreca di Reggio Calabria dove parlavano di me: il giornalismo muove, muove quando tocchi certe narrazioni della ’ndrangheta o, come nel caso di Sigfrido, anche a livello istituzionale. Non è solo colpa della politica, ma di un sistema che tende a sottovalutare la funzione del giornalismo».
Infine, un pensiero di stima per il collega: «Sigfrido è un gran signore. Con lui ho fatto varie cose: il suo è un team che conosco bene, professionisti veri, e lui resta un signore anche nei rapporti personali».
Le indagini sull’attentato sono in corso. Il caso riaccende il tema della sicurezza dei giornalisti in Italia, oggi al 45° posto nel World Press Freedom Index 2025 di Reporters sans Frontières.

