L’accordo raggiunto a Bruxelles sulla revisione del sistema delle preferenze generalizzate rischia di diventare un colpo durissimo per il riso italiano ed europeo. È un giudizio netto quello che arriva dal mondo agricolo, con Cia-Agricoltori Italiani, Coldiretti e Filiera Italia che in queste ore parlano apertamente di “settore messo in ginocchio”, “concorrenza sleale” e “svendita del Made in Italy”.
Il nodo, per tutti, è lo stesso: la nuova soglia che attiverebbe la clausola di salvaguardia contro l’eccesso di importazioni. La Commissione europea ha fissato questo limite a oltre 560mila tonnellate l’anno, un livello considerato insostenibile da chi il riso lo produce davvero. Per Cristiano Fini, presidente di Cia, significa spalancare il mercato all’invasione di prodotto asiatico a dazio zero, ben lontano dai nostri standard produttivi e con rischi pesantissimi per l’intera filiera. La richiesta italiana, condivisa da tutto il settore, era ferma a 200mila tonnellate.
Un’impostazione che trova la ferma opposizione anche di Coldiretti e Filiera Italia, secondo cui la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ignora volutamente un problema drammatico: gran parte del riso importato da Paesi come Cambogia e Myanmar arriva da sistemi produttivi dove non è garantito il rispetto dei diritti dei lavoratori, con sospetti fondati di sfruttamento minorile e l’utilizzo di fitofarmaci da anni vietati in Europa. Una distorsione che, secondo le organizzazioni, svilisce i principi della stessa Ue e sacrifica il riso italiano “sull’altare di altri interessi”.
C’è un paradosso: se da un lato l’automatismo della clausola di salvaguardia rappresenta finalmente un passo avanti, dall’altro la soglia scelta per farla scattare è così alta da renderla di fatto inefficace. Un controsenso che pesa immediatamente sul mercato. Le importazioni hanno già superato le 540mila tonnellate, mentre varietà d’eccellenza come l’Arborio mostrano un crollo del 35% del valore rispetto allo scorso anno. Un mercato saturo che penalizza i produttori ma non porta alcun vantaggio ai consumatori, come denunciano le principali rappresentanze agricole.
Il tutto avviene in un contesto già fragile. L’Italia resta il primo produttore europeo di riso, con oltre 230mila ettari coltivati e 1,6 milioni di tonnellate di produzione annua, una filiera che coinvolge più di diecimila famiglie nelle sole province di Pavia, Vercelli e Novara. Un patrimonio economico, sociale e culturale che rischia di essere compromesso da un regime EBA – “Everything but Arms” – trasformato, come ironizzano Coldiretti e Filiera Italia, in un più cinico “Everything but rice”.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono gli accordi commerciali in arrivo. Senza una clausola di salvaguardia realmente efficace, le future intese con India o Mercosur potrebbero amplificare una dinamica già devastante, aprendo la strada a ulteriori importazioni a tariffe agevolate e indebolendo ancora di più il comparto risicolo europeo.
Per questo Coldiretti e Filiera Italia, pur riconoscendo il lavoro dei negoziatori del Parlamento europeo che hanno difeso fino all’ultimo la posizione del settore, annunciano che non si arrenderanno. È in preparazione una richiesta formale di riduzione della soglia delle importazioni, che sarà presentata in vista della sessione plenaria del Parlamento europeo.


