Il 15 dicembre 1939 ad Atlanta ci fu la prima di “Via col vento”. Per l’occasione arrivarono i principali protagonisti, riveriti nel loro rango da star, un poco intimoriti davanti a un pubblico ancora memore degli eventi, tra i quali si trovavano perfino degli anziani reduci della guerra di secessione (1861/1865).
Parliamo di Clark Gable (1900/1960), Rhett Butler nel film, cinico donnaiolo e filibustiere, nella vita un iconico ragazzo dell’Ohio, massone, idolatrato dalle folle femminili, anche se il velenoso Kenneth Anger (autore di Hollywood Babilonia) raccontava che proprio lui aveva preteso il cambio di regista, da George Cukor a King Vidor, poiché aveva avuto una relazione col primo. Clark era accompagnato dalla terza moglie (dopo due più mature che lo avevano lanciato in carriera), la stupenda collega Carole Lombard, simbolo delle sofisticate pellicole anni trenta, che lo lascerà precocemente vedovo nel 1942, perita in un incidente aereo. Gable se ne andrà dopo le fatiche del film “Gli spostati” con la bizzosa Marilyn, lasciando una vedova incinta e un’altra figlia avuta da una storia con l’attrice Loretta Young.
C’era Vivien Leigh (1913/1967). Prestigiosa interprete, già molto giovane, dell’Old Vic londinese, dopo un matrimonio finito e una figlia, aveva incontrato il più prestigioso interprete shakespeariano di ogni tempo, Laurence Olivier (1907/1989); una volta liberi, i due si sposarono e pare che lui, famosissimo anche negli USA per le sue performance sul grande schermo, l’avesse imposta nel ruolo di Rossella O’Hara, vincendo sull’agguerrita concorrenza, soprattutto di Paulette Goddard, sostenuta dall’allora marito Charlie Chaplin. Vivien e Laurence resteranno sposati diversi anni, ma lei accuserà fragilità emotive che la porteranno a uno stile di vita non sano, fino alla morte per tubercolosi.
Non mancava Olivia De Havilland, che impersonava la dolce Melania, la più longeva, scomparsa nel 2020 a 104 anni, sorella/rivale della collega Joan Fontaine.
Si rcorda l’elegante ebreo britannico Leslie Howard, che troverà una fine prematura il primo giugno 1943; terminato un giro di conferenze professionali, l’aereo su cui viaggiava fu abbattuto sul golfo di Biscaglia dalla Lutwaffe e tuttora persistono teorie del complotto. Howard interpretò il dolce Ashley Wilkes, amore irrealizzato di Rossella, marito di Melania.
La trama è nota. Titolo originale “Gone with the wind”, si racconta di una ricca e viziata ragazza del sud degli Stati Uniti (Scarlett, da noi Rossella), figlia di proprietario terriero, che vive in una magione chiamata “Tara” tra feste e corteggiatori; subirà i riflessi della guerra e la decadenza economica, fino all’incontro con Rhett, l’amore tempestoso e il finale dolente, non privo di speranza.
L’ispirazione arrivava dall’omonimo libro, scritto da Margareth Mitchell (1900/1949), una borghese di Atlanta, due volte sposata senza figli, nota anche per un’intervista a Rodolfo Valentino, premio Pulitzer e candidata al Nobel per la letteratura grazie a questa monumentale opera. Pare che Mitchell l’avesse scritta pensando a Clark Gable come Rhett e dunque si innescò una trattativa tra major cinematografiche per riuscire ad ingaggiarlo. Il produttore David O. Selznick (1902/1995) sudò le sette camicie, infine riuscì nel suo progetto.
Si tratta di quattro volumi, almeno così lo leggemmo noi, che scendono in particolari a volte sorvolati nel film, già risultato troppo lungo al netto dei tagli. In origine Rossella si sposa due volte, con il fratello di Melania, Charles, e con Frank Kennedy, e ha un figlio da ognuno di loro, bambini non presenti nella pellicola.
Altri personaggi sono passati alla storia, a cominciare dalla “mamy” (sorta di governante e vice madre afroamericana delle ragazze bene di allora in quei luoghi), interpretata dalla corpulenta Hattie McDaniel (1893/1952), Oscar come migliore attrice non protagonista, ricordata dai pettegoli per una storia lesbo con la collega Tallulah Bankhead, dopo tre matrimoni finiti.
Mamy era parte della squadra di “negri domestici” (così nel nostro doppiaggio), che conducevano una vita migliore di quelli impiegati nei campi; sia lei che gli altri black parlano con i “vocioni” attribuiti agli afro, di talché Hattie venne bersagliata da accuse di genuflessione ai pregiudizi bianchi e perfino di essere una spia dei movimenti razzisti: accusa da lei respinta al mittente, facendo notare che, grazie ai guadagni da attrice, aveva evitato di fare la “vera serva” nelle case dei ricchi.
Padre di Rossella, Gerald O’Hara, è Thomas Mitchell (nessuna parentela con la scrittrice), volto noto già allora, visto per esempio in “Ombre rosse” con John Wayne. Personaggio collaterale, ma significativo, è la prostituta dal cuore d’oro e tenutaria di bordello, amica di Rhett, Bella Watling, interpretata da Ona Munson (1903/1955), morta suicida per overdose.
Gli aneddoti sulle difficoltà di realizzazione, i rapporti tra protagonisti, e tutto il corollario di quel genere di ambiente, si sono sprecati, uno per tutti: Gable era negato per il benché più elementare passo di danza e fu necessaria una pedana semovente per la scena del ballo a due con Rossella.
Si ricorse agli effetti speciali del tempo. Per esempio, villa “Tara” ovviamente non esisteva; le scene in esterno furono girate davanti a un casamento degli stabilimenti della Metro Goldwin Mayer, poi rielaborato con i trucchi fotografici. Un complesso sistema di manichini rappresentava i feriti sistemati nel centro di Atlanta, le cui braccia vengono sollevate con fili invisibili che, a ben guardare, risultano innaturali.

Il film era certamente frutto dell’indole visionaria di O. Selznick, ma rientrava in un quadro di costruzione di una storia epica degli USA, fino ad allora considerati, almeno in Europa, lo scolmatore di immigrati avventurieri e rozzi.
Dopo l’indipendenza proclamata nel 1776, il grande paese aveva stentato a trovare una coesione; alcuni stati del sud recalcitravano alle regole imposte dal nord est, e da Abramo Lincoln, considerato padre della patria insieme a George Washington, Thomas Jefferson e Theodore Rosevelt, i cui visi sono scolpiti nella roccia del monte Rushmore, in Sud Dakota, dal 1941, per celebrare i 150 anni dalla definitiva fondazione degli USA, susseguente appunto alla fine della guerra civile di cui si tratta nel film.
…
La versione finale considera perdenti i “confederati” sudisti, comandati dal generale Robert Lee e vincitori gli unionisti del nord capeggiati dal generale Grant.
Le principali divergenze, si dice, riguardavano l’economia, industriale e aperta all’immigrazione al nord; agricola, basata sul cotone, e più statica al sud, dove dunque allignavano sacche di povertà. E’ curioso che il protezionismo stesse più a cuore ai nordici, per garantire la circolazione dei prodotti manifatturieri nazionali, mentre dall’altra parte si tendeva a favorire il libero scambio, colorando di trasversalità la visione moderna di commercio, e l’istituzione dei dazi: che oggi sembrano un’idea reazionaria solo a seconda di chi ha vinto le elezioni.
Nodo cruciale, tuttavia, viene da sempre considerata la questione della schiavitù delle persone di colore, avversata appunto da Lincoln. Il Vermont fu il primo a vietare la schiavitù, nel 1777, da repubblica indipendente. Il primo degli stati dell’Unione fu la Pennsylvania, nel 1780, a rivoluzione ancora in corso.
Il 4 febbraio del 1861, in Alabama, fu istituito un governo confederale sotto la presidenza di Jefferson Davis, favorevole allo schiavismo. Alcuni confederati attaccarono una guarnigione nella baia di Charleston, in Carolina del Sud. Lincoln ordinò di far fuoco e questo fu l’inizio. Quel conflitto è considerato il primo su basi moderne, con l’uso di navi da guerra ( che i sudisti rafforzarono creando le corazzate) e di sottomarini.
Le battaglie fondamentali, e più sanguinose, considerando le perdite giornaliere, furono Shiloh ( o Pittsburg Landing, Georgia), 6/7 aprile 1862 e Antietam (Maryland), 17 settembre 1862. In quell’anno il nord decretò un blocco navale che impedì lo scarico del cotone meridionale, causando però problemi con le esportazioni verso l’Europa. L’Inghilterra, ancora risentita per la perdita delle colonie d’oltremare, si rivolse subito ai produttori africani; l’Unione rimediò inducendo l’Europa a non riconoscere la nazione confederata, pubblicizzata come il reale problema a causa dell’ostinazione a mantenere la schiavitù. Va anche detto che gli afroamericani del nord, liberi, dovettero andare in guerra, con truppe separate ovviamente comandate da “bianchi”, sorte che non toccò a quelli dell’altra parte: la libertà significava anche più carne da cannone.
Decisiva fu la battaglia di Gettysburg, Pennsylvania, (1-3 luglio 1863), con cui l’Unione sbarrò la strada alle truppe in arrivo dalla Virginia.
Dopo la battaglia di Appomattox Court House, il 9 aprile 1865, arrivò la resa del generale confederato Robert E. Lee all’Unione, con la fine del conflitto, seguita da un residuo scontro a Palmito Ranch in Texas, combattuta il 12-13 maggio 1865, a resa già dichiarata.
Vennero così “emancipati” circa quattro milioni di schiavi, mediante il tredicesimo emendamento della Costituzione, frutto delle battaglie del Partito Repubblicano di Lincoln. Quest’ultimo, assassinato il 15 aprile del 1865, era stato protagonista dell’ennesima grande svolta del Paese, avvenuta grazie all’Homestead Act (1862), che assegnava appezzamenti terrieri a chiunque avesse lavorato la terra per almeno cinque anni.
Può sembrare bizzarro, ma il Kentucky ratificò il XIII nel 1976, il Mississippi nel 1995: teoricamente, fino a quegli anni, in quegli stati la schiavitù era ancora legale.
Abramo Lincoln morì assassinato il 15 aprile 1865, ufficialmente per mano di John Wilkes Booth, un attore simpatizzante della causa sudista, nell’ambito di una cospirazione. Non è chiaro perché le teorie del complotto vengano avallate se riguardano fatti antichi e derise quando essi sono più recenti. O forse sì. Lewis Powell, della banda di killer, doveva uccidere il segretario di stato, William Seward, ma riuscì solo a ferire lui e alcuni parenti. Il processo mise sotto accusa tutti i “cospiratori”, anche solo per fiancheggiamento.
Ovviamente fu comminata la pena di morte, con l’esecuzione di Mary Surratt, Lewis Powell, David Herold e George Atzerodt il 7 luglio 1865, presso Forte McNair a Washington; O’Laughlen morì in prigione di febbre gialla nel 1867. Mudd, Arnold e Spangler furono graziati nel febbraio 1869 dal presidente Johnson.
Strana la sorte di John Surratt, fuggito, arrivato fortunosamente in Vaticano, dove fu arrestato, ma riuscì di nuovo a scappare, fino all’arresto in Egitto. Il processo non riuscì a chiarirne le responsabilità; morì libero nel 1916.
La questione dello schiavismo è complicata. Secondo alcune teorie gli schiavi, già dal Medio Evo, costituivano un costo; essi andavano “importati”, tenuti in vita, sorvegliati; il predone e il “sovrastante” di questa forza lavoro non guadagnavano abbastanza e spesso preferivano dedicarsi alle scorrerie. In epoche di assenza di tutela dei lavoratori, la pratica cadde in disuso, a favore di assunzioni a tempo e licenziamenti non contestabili se il dipendente non era più in grado di lavorare, lasciandolo al suo destino, fino quasi ai giorni nostri ( anche in Italia, si pensi al caporalato): questo aspetto di “deregulation” avrebbe facilitato i movimenti per la liberazione.
Le colonie del nord furono fondate come rifugi religiosi, con economie basate su piccole fattorie, dunque non necessitavano di un gran numero di schiavi. Le colonie del sud furono fondate come operazioni di esportazione agricola, sulla stessa linea delle piantagioni di zucchero dei Caraibi. Iniziando con il tabacco come principale coltura commerciale, avevano bisogno di molta manodopera, per la prevalenza del latifondo.
Sempre su teorie, il Nord aveva il vantaggio di una forza lavoro a basso costo per la costante immissione di immigrati, a fronte di un sud molto meno popolato, anche perché le condizioni climatiche, la diffusione della malaria e la scarsa industrializzazione non incoraggiavano l’immigrazione; e d’altronde il mondo aveva bisogno del cotone e il sistema, fino a un certo punto, ha fatto comodo a tutti. Molti degli stati del sud si sarebbero schierati con l’Inghilterra se i padri fondatori avessero insistito per l’abolizione della schiavitù; il nord divenne più risoluto ad abolirla quando il pericolo inglese e il fenomeno del lealismo erano cessati. Anche gli stati del Nord beneficiavano della pratica della schiavitù nel Sud. Le esportazioni di cotone passavano per New York, che tassava pesantemente, consapevole che il Sud poteva produrre molto più cotone usando gli schiavi; tanto valeva anche per la produzione nel New England, che vendeva al Sud attrezzature da utilizzare nelle piantagioni.
Dall’Africa occidentale il flusso di partenti non fu sempre coatto, o almeno, è paragonabile ai grandi esodi odierni, in cui molte diaspore vengono favorite dalle organizzazioni che presentano un occidente di sicuro più allettante rispetto alla terra d’origine: lo slogan “aiutiamoli a casa loro” non sembra più di moda. Quando fu evidente che il nord offriva più posti di lavoro, comunque più giro di denaro, legale o meno, e libertà, molti black vi si trasferirono. In America latina gli ultimi ad abolire la schiavitù furono Cuba ( 1986) e Brasile (1888).
Un’altra linea di pensiero vorrebbe spiegare tali fenomeni. Gli inglesi avrebbero fomentato il separatismo razziale per tenere diviso il nascente stato d’oltreoceano; essi si schierarono con la Confederazione nella guerra civile, costituendo quasi un’enclave eversiva per il ritorno alla madrepatria britannica. Secondo tale orientamento sarebbe sbagliato parlare di “guerra di secessione”, piuttosto essendosi trattato di una guerra per il dominio.
…
Il tema attraversa tutto il film, e costituisce anche l’unico momento di attrito tra Rossella e l’uomo cui ambiva, Ashley il mite, il quale rivendicava un trattamento umano verso gli schiavi, che sarebbero comunque stati liberati di lì a poco. Quanto al fatto che Via col vento sia un film razzista, il che ha portato all’abolizione dai cataloghi HBO-MAX, esso appare circostanza controversa. Rhett Butler afferma che Mamie è una delle poche persone alla cui stima egli tiene; la donna ha una grande influenza sulle figlie, in particolare su Rossella, e la tiene al riparo dalle conseguenze del suo disinvolto opportunismo, che sfuggono anche alla sua stessa madre, una devota signora dedita alle opere di bene; e i personaggi più odiosi sono il fattore e la sua concubina, irlandesi, che approfitteranno subito della rovina di Tara per appropriarsi dei terreni.

Forse il discorso più calzante arriva proprio da Ashley. Pacifista e portato alla filosofia, egli afferma “ Se il sud si batte, sono per il sud, ma il nostro mondo è destinato a scomparire”. Wilkes andrà poi in guerra e ritornerà sano e salvo. Solo allora Rossella capirà di non amarlo più, forse di non averlo mai amato, ma di aver coltivato una passione maniacale, a scapito del suo matrimonio con Rhett; il quale, da parte sua, le ribadirà che entrambi sono dei corsari della vita e fatti l’uno per l’altro; ma, dopo la morte a cavallo dell’amata figlia Diletta, deciderà di tornare alle sue scorribande, mentre lei conclude con la famosa chiusa ”Dopotutto, domani è un altro giorno”.
Quel conflitto stabilì un assetto destinato a contaminare l’intero globo. Oggi gli States appaiono nuovamente in bilico e le grandi metropoli progressiste non attraggono più nessuno. Chissà come finirà.
Carmen Gueye

