Colpi di Marco: El Senatur

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Erano gli inizi degli anni 80 quando una scritta su un muro catturò la mia attenzione: Padania libera, stava scritto in vernice verde, con sotto una specie di slogan capace di strapparmi una sonora risata: io celò duro! Anch’io, risposi di riflesso forte dei miei poco più di vent’anni, ridendo di gusto per l’errore grammaticale, celò, nonché per il motto alla virilità tipicamente maschile. Ma chi è l’autore? Chiesi all’autista del taxi, cercando di saperne di più. Oltretutto incuriosito dall’uso di un corinomo medievale, Padania, decisamente stonato con il marchiano errore grammaticale. Mi trovavo a Legnano per recarmi a Canegrate, dove viveva mia sorella, Elena, per una visita di cortesia e di coccole familiari. Dice che l’autore sia un rappresentante, rispose l’autista, probabilmente un mezzo matto, concluse. Che fosse un rappresentante di pentole ne venni a conoscenza più tardi. Nel tragitto tra Legnano e Canegrate, un piccolo comune lombardo a metà strada tra Milano e Varese, strada facendo notai il ripetersi delle scritte sui muri, rigorosamente in vernice verde, dove al “Padania libera” ed all’immancabile ce l’ho duro, ma sempre scritto in celò, seguiva un Roma ladrona. Continuai a sorridere, per poi non pensarci più all’arrivo a casa di mia sorella. Qualche giorno dopo seppi che l’autore fosse un certo Umberto Bossi, varesino, uno scappato di casa, pensai. Sbagliando. Quelle scritte stavano in tutti i muri lombardi, financo nei cavalcavia autostradali, ma non era più l’Umberto da Varese nel scriverli, bensì un nutrito stuolo di supporter talmente vasto da ottenere, alle elezioni politiche del 1987, una percentuale tale da permettere l’elezione di Umberto Bossi a Senatore dando inizio alla parabola politica del “el senatur.

Alle successive elezioni del 1992 la Lega Nord, il partito da lui fondato, ottenne uno strepitoso 8,7% diventando il terzo partito italiano agli albori della seconda Repubblica. Malgrado le preferenze ottenute, l’Umberto da Varese, divenne oggetto di sberleffi politici da destra e da manca. Addirittura pure in RAI, da sempre un organo politico al servizio del potere e pagato dai cittadini con il canone, c’era chi lo deridesse, sotto la copertura della satira quando conviene, con l’insegnamento della lingua Padana secondo Bossi. Ecco che “El Negher”, ed altri termini offensivi, divennero neologismi popolari in barba al politically correct tanto invocato quando la frittata gira a sfavore. Praticamente la volontà di descrivere Umberto Bossi come una macchietta in stile Petrolini era lampante. Ma come il sottoscritto sbagliò il primo giudizio, sbagliarono tutti loro. Umberto Bossi era un rivoluzionario, non era neppure quel “povero ignorante” lasciato credere poiché possedeva la maturità liceale, ma soprattutto, Bossi, aveva un fiuto politico come pochi. Sapeva individuare i collaboratori, iniziando da quel Miglio vero teologo della Lega Nord.

Con Bossi crebbero giovani rampolli come Maroni, Calderoli, Speroni, Castelli, e via via tutti gli altri.  Vestito di sola canotta bianca, quasi un must per il personaggio, conosceva l’arte oratoria di parlare alla gente comune ripetendo cosa voleva, la gente, sentirsi dire. Folkloristico, nella “sua” Pontida, patria di un giuramento di cui nessun storico a sua volta giurerebbe che sia realmente avvenuto, con quella statua di Alberto da Giussano a fare ombra alle teste più calde dei separatisti della prima ora, Umberto Bossi arringava la folla con in mano un’ampolla contenente l’acqua del Po. Strampalato, quando disegnò i confini dello “Stato Padano” in una improvvisata carta geografica, facendo copia ed incolla della Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. Un controsenso per chi, come el senatur, fu già comunista d’antan per avere militato, negli anni 70, nel PCI aderendo al gruppo comunista del Il Manifesto dove iniziò la carriera di giornalista, per poi passare nel Partito di Unità Proletaria per il comunismo insieme a Magri e la Castellina, ma fu nei primi movimenti autonomisti lombardi dove fiutò l’opportunità della leadership salutando, alla sua maniera, Lenin, Marx e Mao, per  allearsi con Berlusconi dopo averlo ingiuriato a più riprese: “il Berlusca deve dirci come ha fatto i quattrini!” Urlava al microfono con la sua voce da 3 pacchetti di Nazionali senza filtro al giorno.

Frasi ritornate nel suo vocabolario meno di un anno dopo buttando all’aria accordi, ministri, e Governo. Seguì un amarcord con la sinistra, allora chiamata Quercia, durata il tempo di un comizio, al sud, per poi mandare a quel paese pure loro senza tanti fronzoli, ma soprattutto perché la base non avrebbe digerito un’alleanza con i compagni. E questo, l’Umberto, l’aveva intuito. Era un cavallo di razza, ma bizzarro, pronto nel Il ritorno con Berlusconi, nel frattempo passato da Berlusca a Silvio, l’amicizia, un ictus nel 2004 a porre l’inizio della fine alla sua parabola politica di questo padano che, comunque la si veda, è stato un fenomeno della seconda Repubblica.

Marco Vannucci

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