Morto Umberto Bossi, protagonista del federalismo che cambiò la politica italiana

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È morto Umberto Bossi. Con lui si spegne una delle figure più divisive, ma anche più incisive, della politica italiana degli ultimi quarant’anni. Fondatore della Lega Nord, Bossi è stato il volto e la voce di un’Italia che, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, cercava di rompere gli equilibri consolidati della Prima Repubblica. La sua non fu soltanto una proposta politica, ma una vera e propria frattura culturale: linguaggio diretto, simboli forti, identità territoriale e una narrazione antagonista rispetto ai partiti tradizionali.

Dai primi comizi nelle piazze del Nord fino alle grandi adunate di Pontida, Bossi ha costruito un movimento capace di intercettare un malessere diffuso, trasformandolo in consenso politico. Lo ricorda con parole precise il governatore del Trentino Maurizio Fugatti: fu lui, «dal nulla, senza risorse, giornali o tv, girando le valli e le piazze della Padania», a creare un movimento di popolo capace di portare federalismo e autonomia al centro del dibattito nazionale. La Lega, sotto la sua guida, è passata da forza marginale a protagonista della scena nazionale, fino a entrare stabilmente nei governi della Seconda Repubblica — e lo fece, come ricorda Alessandro Urzì, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia per il Trentino-Alto Adige, grazie anche all’intuizione condivisa con Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi di costruire un centrodestra di governo capace di competere e vincere.

La sua figura è stata segnata anche da momenti difficili: la malattia, gli scandali interni al partito, il progressivo ridimensionamento del suo ruolo. Ma anche in quella fase, Bossi è rimasto un simbolo, un riferimento identitario per una parte significativa dell’elettorato. Lo dimostrano i ricordi di chi gli è stato vicino fin dalla giovinezza. Matteo Salvini, che lo incontrò a diciassette anni e da quell’incontro dice di aver avuto la vita «cambiata», lo ha salutato nel giorno della Festa del Papà con una sola parola, ripetuta come un testamento: «Coraggio, genio, passione, fatica, amore, rivoluzione, radici, libertà». E poi: «Ciao, Capo. A Dio.» Un commiato che è insieme omaggio personale e impegno politico, la promessa che il popolo costruito da Bossi «continuerà a camminare sulla strada della Libertà» da lui tracciata.

Dal Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso cordoglio istituzionale e umano al tempo stesso. «Fondatore e animatore della Lega Nord, è stato protagonista di una lunga stagione politica», ha dichiarato il Capo dello Stato, definendolo «un leader politico appassionato e un sincero democratico» e manifestando vicinanza ai familiari e a tutti coloro che con lui hanno condiviso anni di militanza.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo della storia politica italiana. Un capitolo fatto di rotture, provocazioni, intuizioni e contraddizioni. E, soprattutto, di un’idea di politica che non cercava il compromesso, ma lo scontro. Un’idea che ha lasciato tracce profonde nel paese, nei suoi equilibri territoriali, nel suo lessico politico, nella sua stessa struttura istituzionale — ancora oggi segnata da quel dibattito sull’autonomia differenziata che Bossi aveva lanciato quando in pochi lo prendevano sul serio.

Qualunque giudizio si voglia dare della sua opera, difficile negare che l’Italia di oggi porti ancora, ben visibili, le sue impronte.

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