Referendum Giustizia: affossata una Riforma tecnica bonaria e semplice. L’Italia claudicante ama l’autoritarismo

Un aspetto controverso del referendum

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Il referendum costituzionale italiano, tenutosi lunedì, ha visto il respingimento della proposta di modifica di sette articoli fondamentali della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110). Con circa il 53% dei voti contrari e il 47% favorevoli, la legge approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 è decaduta definitivamente, preservando l’attuale ordinamento giudiziario. Questa decisione ha confermato la volontà popolare di mantenere intatto il sistema giudiziario vigente. Vince ancora per l’ennesima volta l’impianto regio fascista, tipico del Sud Italia, perde il pensiero liberale economico, tipico del Nord Italia.

Una storia lunga una vita

Il decreto regio legge Rocco, emanato nel 1930, ha avuto un ruolo fondamentale nella strutturazione dell’ordinamento giudiziario italiano, ponendo le basi per il suo sviluppo moderno. Nel 1999, la riforma del “Giusto Processo” ha sancito la parità tra accusa e difesa, rafforzando il modello accusatorio come pilastro del diritto penale italiano. Tuttavia, la recente riforma della magistratura, approvata nel 2025, ha introdotto una separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con la creazione di un doppio Consiglio superiore della magistratura e di un’Alta Corte disciplinare.

Il referendum popolare ha rappresentato un momento cruciale per la democrazia italiana, con una forte partecipazione degli elettori che hanno scelto di non avallare questa riorganizzazione. Il risultato ha quindi mantenuto lo status quo, sottolineando l’importanza di un sistema giudiziario stabile e consolidato, in linea con le tradizioni e le garanzie attuali.
Il Codice di Procedura Penale Rocco, approvato con Regio Decreto n. 1399 del 1930, rappresenta una tappa fondamentale e controversa nella storia del diritto penale italiano. Nato durante il regime fascista, esso rifletteva una concezione autoritaria della giustizia, ponendo il Pubblico Ministero e l’autorità giudiziaria al centro del potere processuale. Nonostante le numerose riforme, questo codice ha mantenuto una forte influenza nel panorama giuridico italiano fino alla fine del XX secolo.

L’Italia preferisce l’autoritarismo

Il modello processuale adottato dal Codice Rocco era di tipo inquisitorio. In questa impostazione, la fase istruttoria, affidata al Giudice Istruttore, aveva il compito di raccogliere le prove da utilizzare nel dibattimento, limitando fortemente il ruolo della difesa. La preminenza dell’accusa e la subordinazione della difesa rendevano difficile garantire un equo contraddittorio, elemento oggi considerato imprescindibile per la tutela dei diritti degli imputati.

Nel 1988, Giuliano Vassalli, giurista e politico, evidenziò la necessità di superare questo modello autoritario, sottolineando che il passaggio a un sistema accusatorio richiedeva una netta separazione tra le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Tale distinzione avrebbe permesso di realizzare un reale equilibrio tra accusa e difesa, valorizzando il principio del contraddittorio nella formazione della prova.

Riforma scritta dalla destra e dalla sinistra e tempo perso

A seguito di queste istanze, il Codice di Procedura Penale venne profondamente riformato, dando vita al cosiddetto Codice Vassalli. Questo nuovo ordinamento introdusse il modello accusatorio, fondato sulla parità sostanziale tra le parti in causa e sul rispetto di un giudice terzo e imparziale. Nel 1999, questa evoluzione trovò ulteriore conferma attraverso la riforma del «Giusto Processo», che sancì con chiarezza l’obbligo del contraddittorio tra accusa e difesa come pilastro imprescindibile del sistema giudiziario italiano.

Tuttavia, uno degli aspetti più radicati e meno modificati dell’ordinamento giudiziario italiano rimane il principio di unicità della carriera tra giudici e pubblici ministeri, ereditato direttamente dall’epoca fascista. Questa peculiarità distingue l’Italia da molti altri sistemi giuridici, nei quali le carriere sono separate per garantire autonomia e evitare conflitti di interesse. Occorre però precisare che sotto il fascismo il pubblico ministero dipendeva direttamente dal Governo, un legame che la Costituzione repubblicana non ha inteso eliminare completamente.

Un’affluenza ottima che è un buon segno

Più recentemente, la questione dell’organizzazione interna della magistratura è tornata al centro del dibattito pubblico con il referendum sulla “Riforma della Giustizia”, tenutosi il 22 e 23 marzo su iniziativa presidenziale.

Questa riforma ha suscitato preoccupazioni sia a livello nazionale sia internazionale. Margaret Satterthwaite, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati, ha evidenziato in una lettera indirizzata al governo italiano la necessità di vigilare affinché i nuovi organi restino indipendenti e immuni da pressioni politiche o controlli esterni.

Un altro punto controverso è stata la creazione di una nuova Corte Disciplinare Superiore, incaricata di giudicare le violazioni etiche e professionali commesse dai magistrati, con poteri sanzionatori che spaziano dall’avvertimento fino alla rimozione dall’incarico. Se da un lato tale struttura mira a rafforzare la responsabilità interna della magistratura, dall’altro ha sollevato dubbi circa la possibilità di strumentalizzazioni politiche.

Al termine delle votazioni, la Premier italiana Giorgia Meloni ha commentato: “Gli italiani hanno deciso. E rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto per il popolo italiano e per l’Italia.”

Presumibilmente la svolta referendaria imprevedibile, data la natura tecnica e bonaria della legge approvata nel mese di Ottobre scorso, evidenzia un rapporto cattivo tra la Magistratura e il Governo in carica, la cui dietrologia (cioè le motivazioni) non sono argomento di Riforma, eventualmente da indagare nello specifico a parte.

Martina Cecco

Che dire, ora, a mente fredda? Mio padre, nato nel 1930, non è mai stato fascista, nonostante abbia vissuto il fascismo in pieno, nemmeno liberale, è sempre stato un mite.. ma probabilmente si farebbe una risata a pensare che l’Italia continua a confermare che il fascismo ha fatto anche cose buone. Robe da matti. NDR

https://it.wikipedia.org/wiki/Riforma_costituzionale_Meloni-Nordio

Fonti:

https://massimedalpassato.it/19-ottobre-1930-promulgato-il-codice-penale/

martinacecco
martinacecco
Giornalista pubblicista e facebook blogger. Scrivo per Donnissima il blog in rosa dal 2005. Dirigo Secolo Trentino e Liberalcafé. Laureata in Filosofia Politica presso l'Università degli Studi di Trento. Lavoro dal 2024 come PR e Merchandiser presso Eventi, GDO, Retail e Ristorazione. Collaboro con YouGov per il monitoraggio degli andamenti di mercato come Data Insert. Ho concluso un mastering post laurea, la Scuola di Formazione Politica presso la Fondazione Luigi Einaudi. Sto frequentando il Master in Giornalismo presso la RCS Business Academy, presso il Corriere della Sera.Nel tempo libero scrivo poesie, brevi saggi, innesti filosofici, pratico molto sport. Socio sostenitore di Secolo Trentino e Lodi Liberale, sostengo UNHCR per i rifugiati politici e alcune associazioni che pagano cure mediche per malattie rare e supporti tecnici per i disabili. :-)

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