Cinque aprile 1986. Una bomba esplode alla discoteca La Belle di Berlino Ovest. Tre morti, oltre duecento feriti. Il locale era frequentato da soldati americani fuori servizio. Non era un obiettivo militare. Era un luogo civile, scelto proprio per questo. Il terrorismo internazionale colpì la normalità perché sapeva che lì la paura sarebbe diventata fatto politico.
Washington attribuì l’attentato alla Libia di Gheddafi. Reagan parlò di prove conclusive. Anni dopo, un tribunale tedesco ricondusse l’attacco ai servizi segreti libici e a personale dell’ambasciata libica a Berlino Est. Il coinvolgimento diretto di Gheddafi come mandante personale, però, non fu mai provato in sede giudiziaria. La responsabilità della Libia è accertata. Il salto al mandante unico resta una questione aperta.
Dieci giorni dopo, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, gli Stati Uniti lanciarono l’Operazione El Dorado Canyon. Ventiquattro bombardieri colpirono Tripoli e Bengasi. Tra le vittime libiche figurarono decine di civili, compresa Hanna Gheddafi, figlia adottiva del colonnello. La rappresaglia americana aveva un obiettivo dichiarato e uno implicito: punire la Libia e dimostrare che colpire cittadini americani avrebbe avuto un costo militare diretto.
Ma Gheddafi si salvò. E qui entra l’Italia. Nel 2008 il ministro degli Esteri libico Abdel Rahman Shalgham rivelò che Craxi aveva avvertito Gheddafi dell’imminente attacco americano. Giulio Andreotti, all’epoca ministro degli Esteri, confermò la dichiarazione. Il governo italiano, secondo queste testimonianze, informò Tripoli con un anticipo sufficiente a consentire al colonnello di mettersi in salvo. L’Italia aveva anche rifiutato agli americani l’uso del proprio spazio aereo.
Non fu un gesto di simpatia ideologica. Fu realpolitik mediterranea allo stato puro. L’Italia aveva basi NATO sul proprio territorio, ma anche una dipendenza energetica fortissima dalla Libia e interessi strategici dell’ENI nei giacimenti libici. Il rapporto tra Roma e Tripoli risaliva agli anni Settanta, quando Aldo Moro incaricò un ufficiale del servizio segreto militare di incontrare Gheddafi per sancire una nuova amicizia con l’Italia, un patto che per il colonnello funzionava come un’assicurazione sulla vita.
L’avvertimento a Gheddafi non fu un episodio isolato. Fu il secondo atto di una linea politica precisa. Nell’ottobre 1985, a Sigonella, Craxi aveva già sfidato Washington impedendo alla Delta Force di prelevare i dirottatori dell’Achille Lauro. Sei mesi dopo, con l’avviso a Tripoli e il rifiuto dello spazio aereo, il governo italiano ribadì lo stesso principio: l’alleanza atlantica non cancella l’interesse nazionale, e nel Mediterraneo l’Italia intende giocare una partita propria. Due episodi in meno di un anno. Due strappi con gli Stati Uniti. Stessa logica, stesso presidente del Consiglio.
Il 15 aprile 1986, subito dopo i raid americani, due missili Scud di fabbricazione sovietica furono lanciati contro l’installazione militare LORAN della NATO sull’isola di Lampedusa. I missili caddero in mare senza provocare danni, ma l’attacco fu immediatamente rivendicato dalla Libia. L’ambasciatore libico a Roma Shalgham dichiarò il giorno dopo che i missili provenivano dalla Libia e che l’obiettivo era la base americana, non l’Italia.
Questa vicenda resta una lezione concreta di geopolitica italiana. L’Italia salvò Gheddafi perché aveva interesse a non perdere la Libia. Rifiutò lo spazio aereo agli americani perché giudicava il raid un errore politico. Sigonella e l’avvertimento a Tripoli non sono due episodi separati: sono le due facce della stessa politica mediterranea dell’Italia degli anni Ottanta. Una politica che scelse l’autonomia da Washington, accettò il rischio e pagò un prezzo.
Raimondo Frau


