La guerra è finita. Anzi no…

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La giostra al parchetto ha ricominciato a girare prendendoci come sempre per i fondelli regalandoci la solita e oramai consolidata paura.

Le notizie, gli ultimatum, anzi, i penultimatum riportano l’ago del terrore ad una pausa che più di riflessione sembra una seconda fase di un progetto a noi sconosciuto e impercettibile.

Facciamo un po’ di chiarezza perché l’allarme creatosi ora prende un’altra forma e porta uno spiraglio di lucidità attraverso la lettura dei dati ufficiali, quelli prima del conflitto, al riguardo del commercio del petrolio e il traffico nello stretto di Hormuz.

Si ripete ovunque che da lì passa il 20% del petrolio e del gas mondiale ma, ovviamente, si dimenticano sempre di evidenziare come sia distribuito nel globo. Circa l’80% di quel flusso finisce in Asia e precisamente Cina, India e Indonesia. Il restante della torta è ridistribuito in Africa e a noi in Europa arriva un misero 4% del totale estratto e trasportato da quelle navi cisterne ora bloccate in quell’imbuto di mare.

Davvero un 4% di greggio può creare isterie e crisi in Europa? Ora, certamente si, se nel calcolo introduciamo il mancato greggio proveniente dalla Russia e altri oleodotti coinvolti nell’altro conflitto.

Allora forse per osservare il “quadro” bisogna prendere tutti i pezzi del puzzle e incastrarli correttamente e porsi domande anche scomode.

Tutto questo bombardamento mediatico sulla “crisi energetica”, che guarda caso fa schizzare bollette e carburanti, viene venduto come inevitabile.

Ma davvero è solo questo? Oppure c’è anche una componente di convenienza e di pressione psicologica?

Perché il copione sembra sempre lo stesso: si crea un clima di paura e poi si presentano soluzioni “necessarie”.

Riducete la velocità. Volate meno. Lavorate da casa. Lasciate l’auto privata e prendete i mezzi pubblici. Questa la “soluzione” dei nostri governanti europei.

E non è finita: solo poco tempo fa, nello strascico di una guerra “europea” che non trova una fine, si invitavano i cittadini europei a prepararsi alla guerra, a farsi la borsetta di emergenza. Siamo passati dalla pandemia alla guerra, sempre con lo stesso sottofondo: allarme continuo.

A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: non c’è una vera emergenza energetica in Europa.

C’è una narrazione di emergenza.

Una narrazione che, guarda caso, ricorda molto quella del COVID-19, quando in nome della paura si sono accettate limitazioni che in tempi normali avrebbero fatto scendere milioni di persone in piazza.

E qui sta il punto centrale.

La paura è lo strumento più efficace che esista.

Se hai paura, accetti tutto: restrizioni, controlli, cambiamenti drastici nella tua vita quotidiana. Tutto “per il tuo bene”.

In condizioni normali, quelle stesse misure verrebbero rifiutate senza esitazione.

Ma quando entra in gioco la paura, il metro di giudizio cambia completamente.

La storia lo insegna: la paura è il collante del potere.

E, nelle sue forme peggiori, è sempre stata l’arma preferita dei sistemi più autoritari che non sono, per esser chiari, Paesi potenti, ma singoli e gruppi che operano dietro le quinte.

Cosa possiamo fare noi? Nulla perché è insito in noi il morbo della paura che, puntualmente stimolato, blocca l’inerzia di sopravvivenza lasciandoci sempre ad un passo dal baratro e la storia, pur raccontandola, non ci aiuta a cambiar passo fino a quando non ci sveglieremo.

Alberto Torregiani

Alberto Torregiani
Alberto Torregiani
Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dai PAC nel 1979, è una voce civile sul tema delle vittime del terrorismo. Oggi è una voce civile sui temi del terrorismo, della memoria, della giustizia e della disabilità.

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