MATRIX DISABILITY

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C’è un mondo parallelo, affollato e lucrosissimo, che ruota attorno alla disabilità e che sui social prospera tra TikTok, Instagram e Facebook. Un ecosistema in cui influencer e presunti divulgatori costruiscono narrazioni potenti, emozionali, altamente condivisibili. E, in molti casi, monetizzabili.

Dove finisce la narrazione e dove comincia la realtà?

Mentre sui social moltiplicano i contenuti, storytelling e dirette, è raro vedere gli stessi protagonisti nelle piazze, tra la gente, confrontarsi con le diverse realtà, con i genitori sommersi nell’accudire i propri figli o genitori tra padelle, flebo e medicamenti, con insegnanti allo sbando di regole e orari impropri, isolati un aule svuotate di umanità, con terapisti spesso incompetenti o incompleti di moralità.

Ancora più raro vederli dentro il perimetro scomodo delle istituzioni, delle verifiche, delle responsabilità: esposti alla Corte dei Conti, ai procedimenti europei, alle segnalazioni OLAF (acronimo di Office européen de lutte anti-fraude – Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode) o a qualunque forma di controllo che vada oltre il consenso digitale.

Cosa sanno davvero questi narratori del mondo reale della formazione?

Che idea hanno della differenza tra un percorso TFA svolto in università in presenza, con esami selettivi e sbarramenti rigorosi, e certe scorciatoie offerte da piattaforme online, talvolta estere, dove la certificazione rischia di diventare più accessibile della competenza? E ancora: cosa conoscono davvero delle famiglie che ogni giorno combattono con diagnosi, terapie, logopedia, psicomotricità, ABA o Denver?

Dove sono questi influencer quando il tema non è la performance social, ma la fatica concreta della cura, lontano dalle semplificazioni e dalle mode del momento?

Negli ultimi tempi il proliferare di autori di storie, di racconti emozionanti che strappano cuoricini like, di filmati che spiegano ed insegnano come vivere, confondono spesso realtà con finzione a chi osserva e scrolla, spesso indifferente del messaggio veicolato.

Il punto, forse, non è la comunicazione in sé. È la trasformazione della disabilità in racconto funzionale, emotivo quanto basta, condivisibile quanto serve, redditizio quanto possibile.

Una narrazione che rischia di diventare comoda proprio perché semplifica ciò che invece è complesso, stratificato, spesso doloroso.

E allora è inevitabile domandarsi: la differenza tra chi difende davvero i diritti delle persone con disabilità e chi, invece, ne costruisce una rappresentazione utile soprattutto alla propria visibilità, è ancora chiara? È utile?

Oppure si è dissolta nel rumore continuo dei social, dove tutto diventa contenuto e ogni contenuto diventa valore?

Alberto Torregiani

Alberto Torregiani
Alberto Torregiani
Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dai PAC nel 1979, è una voce civile sul tema delle vittime del terrorismo. Oggi è una voce civile sui temi del terrorismo, della memoria, della giustizia e della disabilità.

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