L’origine vera della parola “OK”: non nasce dove molti pensano

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La usiamo ogni giorno, spesso senza nemmeno accorgercene. La scriviamo nei messaggi, la diciamo al telefono, la usiamo per approvare, chiudere una conversazione, rassicurare qualcuno o semplicemente dire che va tutto bene. “OK” è una di quelle parole talmente comuni da sembrare quasi naturale, come se fosse sempre esistita. Si tratta di una di quelle parole, alla pari di Ciao, conosciute in tutto il mondo e in qualsiasi lingua.

E invece anche “OK” ha una storia. Una storia molto meno scontata di quanto si pensi.

Nel tempo sono nate diverse spiegazioni sulla sua origine. Una delle più diffuse sostiene che “OK” sarebbe nata durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i soldati americani avrebbero scritto “0 killed”, cioè “zero morti”, nei rapporti successivi alle battaglie. Secondo un’altra teoria deriverebbe invece dal greco “Όλα Καλά”, “Ola Kalà”, cioè “tutto bene”. Altri ancora l’hanno collegata all’espressione russa “Ochen’ Khorosho”, “molto bene”, che sarebbe stata usata nei porti di Odessa.

Sono ipotesi suggestive, facili da ricordare e proprio per questo fortunate. Ma appartengono più al campo delle etimologie popolari che a quello della ricostruzione storica. La spiegazione oggi più accreditata è diversa, più antica della Seconda Guerra Mondiale e decisamente più americana. A spiegare la vicenda tra le varie fonti trovate un articolo di Madeline Bilis su Boston Magazine e che porta la nascita della espressione alla Boston del XIX secolo.

In quegli anni, in alcuni giornali statunitensi, era diffusa una moda linguistica curiosa: creare abbreviazioni scherzose partendo da parole scritte apposta in modo sbagliato. Era una specie di gioco colto e ironico, un modo per prendere in giro il linguaggio e trasformarlo in slang.

“All correct”, cioè “tutto corretto”, veniva scritto volutamente “oll korrect”. Da quella deformazione nacque l’abbreviazione “O.K.”.

La prima apparizione documentata risale al 23 marzo 1839, sulle pagine del Boston Morning Post. Non era una formula solenne, né un’espressione militare, né un’eredità antica. Era quasi una battuta da redazione, un piccolo scherzo tipografico inserito in un giornale locale.

A ricostruire in modo decisivo questa storia fu soprattutto il linguista americano Allen Walker Read, che negli anni Sessanta studiò le prime apparizioni di “OK” nella stampa statunitense. La sua analisi contribuì a rendere prevalente l’interpretazione oggi più accettata: “OK” come abbreviazione di “oll korrect”, deformazione ironica di “all correct”.

Questo non significa che non siano state avanzate altre ipotesi. Nel tempo “OK” è stato collegato anche alla lingua choctaw, ad alcune espressioni africane e ad altre possibili origini. Ma la pista bostoniana resta quella più riconosciuta dalla maggior parte delle ricostruzioni moderne.

Il passaggio decisivo arrivò però l’anno successivo, nel 1840, durante la campagna presidenziale di Martin Van Buren. Van Buren era soprannominato “Old Kinderhook”, dal nome della località dello Stato di New York da cui proveniva. I suoi sostenitori fondarono un “OK Club” e trasformarono quelle due lettere in uno slogan politico semplice, immediato e memorabile. Da quel momento “OK” uscì dal gioco giornalistico e iniziò a entrare nel linguaggio comune.

Il suo successo, in fondo, si spiega anche con la sua straordinaria semplicità. “OK” è breve, facile da pronunciare, immediato da scrivere e quasi impossibile da fraintendere. Ma è anche una parola elastica, capace di adattarsi a contesti molto diversi.

Può voler dire “va bene”. Può significare “d’accordo”. Può indicare approvazione, accettazione, assenso, conferma. In inglese può funzionare come aggettivo, quando indica qualcosa di accettabile; come interiezione, quando serve a esprimere accordo; come sostantivo, quando si parla di “dare l’OK”; e persino come verbo, nel senso di approvare qualcosa.

È una parola minima, ma con una forza enorme. Forse proprio per questo è diventata una delle espressioni più riconoscibili del pianeta.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

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