L’ovodonazione aumenta sensibilmente le possibilità di ottenere una gravidanza, ma non sembra eliminare completamente l’effetto dell’età della donna che riceve l’embrione. Dai 49 anni, nel campione esaminato da una nuova ricerca, sono diminuiti i tassi di gravidanza e di nascita ed è aumentato il rischio di aborto spontaneo.
È quanto emerge da uno studio retrospettivo presentato al congresso europeo Eshre 2026 e pubblicato sotto forma di abstract nel supplemento della rivista scientifica “Human Reproduction”.
La ricerca, guidata dalla ginecologa Beatrice Crestani, ha preso in esame 1.774 pazienti sottoposte complessivamente a 2.760 trasferimenti di una singola blastocisti ottenuta attraverso ovodonazione, effettuati tra marzo 2021 e dicembre 2024.
Le pazienti sono state suddivise in quattro fasce di età: tra 35 e 40 anni, tra 41 e 45, tra 46 e 49 e dai 49 anni in avanti. L’obiettivo era verificare se, utilizzando ovociti provenienti da donatrici, l’età della ricevente continuasse a incidere sull’esito del trattamento.
Il tasso di gravidanza clinica per singolo trasferimento è risultato pari al 54% nel gruppo tra 35 e 40 anni e al 42,6% nelle donne dai 49 anni. Il tasso di nati vivi è sceso dal 46,2% al 31,7%, mentre quello degli aborti spontanei è aumentato dal 24,2% al 37,6%.
I dati non mostrano quindi un dimezzamento del tasso di gravidanza, come potrebbe suggerire una lettura semplificata, ma una riduzione statisticamente significativa degli esiti favorevoli, particolarmente evidente per le nascite.
Lo studio, spiegato dall’ufficio stampa dell’Azienda ospedaliera di Verona, ha rilevato anche una diminuzione della frequenza dell’endometrio trilaminare, una conformazione generalmente considerata favorevole all’impianto. Lo spessore endometriale non ha invece mostrato differenze significative tra i gruppi.
Secondo gli autori, i risultati suggeriscono che non soltanto la qualità degli ovociti, ma anche l’invecchiamento dell’utero e dell’endometrio possa contribuire all’esito della gravidanza. Serviranno tuttavia ulteriori studi per comprendere i meccanismi biologici coinvolti.
La ricerca presenta infatti alcuni limiti: è retrospettiva, alcune patologie uterine potrebbero essere state sottostimate e non erano disponibili dati completi su tutti i fattori vascolari o metabolici potenzialmente rilevanti.
I 49 anni non devono pertanto essere interpretati come un limite universale valido per ogni paziente. Lo studio individua una soglia statistica all’interno del campione analizzato e rafforza soprattutto la necessità di un counselling personalizzato, fondato sulle condizioni cliniche della singola donna e su aspettative realistiche.

