La denuncia sulla siccità e sulle perdite della rete idrica poggia su numeri reali. Il punto non è contestare l’allarme del leader verde, ma capire se il campo largo riuscirà a trasformare singole buone battaglie in una politica coerente.
«Bella spiaggia, vero? Questo è il letto del fiume Po». Angelo Bonelli parte da un’immagine che non ha bisogno di molte spiegazioni. Dove dovrebbe esserci acqua appare il terreno asciutto, e il ragionamento del leader verde è altrettanto immediato: quando un fiume si prosciuga non perdiamo soltanto acqua. Perde l’agricoltura, diminuiscono i raccolti, aumentano i costi, e a sopportarne maggiormente le conseguenze sono le famiglie economicamente più fragili.
Si può discutere il linguaggio, si può osservare che siamo davanti anche a un efficace prodotto di comunicazione politica. Ma sarebbe sbagliato liquidarne il contenuto come semplice propaganda.
Sul punto centrale, infatti, Bonelli ha ragione.
La crisi idrica esiste e le perdite della rete italiana rappresentano un problema strutturale. I dati Istat relativi al 2022 indicavano una dispersione nelle reti comunali pari al 42,4% dell’acqua immessa, circa 3,4 miliardi di metri cubi: una quantità sufficiente, secondo lo stesso istituto, a soddisfare il fabbisogno annuale di 43,4 milioni di persone. È da qui che deriva il dato, utilizzato da Bonelli, di oltre 107 mila litri al secondo.
Anche il Po continua a mostrare una vulnerabilità che non può essere derubricata a invenzione ambientalista. Siccità, temperature elevate, necessità irrigue e intrusione salina nel Delta costituiscono ormai problemi con cui agricoltura e amministrazioni devono confrontarsi concretamente.
Il vero punto politico, allora, potrebbe non essere Bonelli. Potrebbe essere ciò che viene dopo Bonelli.
Il nodo del campo largo
Perché avere ragione su una battaglia non significa automaticamente riuscire a trasformarla in politica di governo. E il leader verde dovrà farlo con tutta probabilità all’interno di un’alleanza nella quale siedono Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, oltre alle altre componenti che aspirano a costruire un’alternativa all’attuale maggioranza.
Il cosiddetto campo largo sta ancora cercando proprio questa sintesi. Pd, Movimento 5 Stelle e Avs hanno intensificato gli incontri e Schlein ha annunciato un lavoro comune sul programma; allo stesso tempo, però, differenze rilevanti continuano a emergere. È successo, per esempio, sull’Ucraina: ancora a luglio il Pd ribadiva il sostegno anche militare a Kiev, mentre M5S e Avs chiedevano una discontinuità sull’invio delle armi.
Non è l’unico terreno sul quale la sintesi è ancora da costruire. Anche sulla patrimoniale sono emerse posizioni differenti all’interno dello stesso schieramento, mentre da mesi gli stessi protagonisti riconoscono la necessità di arrivare a un vero programma comune prima delle elezioni.
Ed è precisamente qui che il discorso sull’acqua diventa interessante.
Bonelli può sostenere, ragionevolmente, che occorrano investimenti massicci nelle reti idriche, maggiore capacità di adattamento alla siccità e una politica ambientale più incisiva. Avs ha del resto presentato proprio nelle scorse settimane un dossier sulla crisi idrica, chiedendo interventi urgenti contro le dispersioni.
Ma una politica di governo deve andare oltre.
Quanto investire? Dove trovare le risorse? Quali infrastrutture realizzare? Quale rapporto costruire con l’agricoltura intensiva? Come conciliare tutela ambientale e produzione industriale? Come mantenere competitiva l’impresa durante la transizione? Quale politica energetica adottare? E soprattutto: gli alleati sono disponibili ad accettare le conseguenze economiche e industriali delle scelte che verranno fatte?
Sono interrogativi molto meno spettacolari di una passeggiata nel letto asciutto del Po, ma sono quelli sui quali si misura una coalizione che aspira a governare.
Lo stesso vale, naturalmente, per il centrodestra. Liquidare ogni questione ambientale come estremismo verde non fa scomparire un metro cubo di acqua dispersa e non restituisce portata ai fiumi. Una destra che vuole presentarsi come forza pragmatica dovrebbe semmai rispondere con infrastrutture, investimenti e risultati misurabili.
Denunciare non è governare
Ma per l’opposizione esiste un problema ulteriore: non basta avere singolarmente buone idee se poi non si riesce a costruire una visione comune.
Ed è forse questa la domanda che il video di Bonelli lascia involontariamente aperta. Il leader verde mostra un fiume in difficoltà e pone un problema reale. Fin qui è difficile dargli torto. Poi però dovrà sedersi a un tavolo con i propri alleati e decidere cosa fare davvero — e se anche gli altri vogliono affrontare un’emergenza ormai non più procrastinabile.
Perché denunciare una crisi può essere una buona politica d’opposizione. Trasformare quella denuncia in una scelta condivisa su acqua, energia, industria, agricoltura e risorse pubbliche è qualcosa di molto più difficile: si chiama governo.

