Cosa fare con l’aumento dell’inflazione e con il blocco dei salari? Questa la domanda che in molti ci stiamo ponendo di fronte alla crisi energetica ormai in pieno sviluppo con un problema, quello delle retribuzioni italiane, che non nasce in questi ultimi mesi. È molto più antico e, proprio per questo, assai più difficile da risolvere. Da decenni salari e produttività crescono troppo poco, mentre il peso fiscale sul lavoro continua a collocarsi tra i più elevati dell’area OCSE.
Una crisi strutturale che non può essere affrontata limitandosi a individuare, di volta in volta, un colpevole. Imprese, sindacati, contrattazione collettiva, Statuto dei lavoratori: il dibattito italiano continua spesso a muoversi dentro categorie che appartengono al secolo scorso, mentre il problema reale è diventato quello di ricostruire le condizioni affinché impresa e lavoratore possano tornare ad avere un interesse comune nella crescita.
Che in Italia esista una questione salariale, del resto, non è più materia di interpretazione politica. Sono i numeri a descriverla.
L’OCSE, nell’Employment Outlook 2026, rileva che nel primo trimestre dell’anno i salari reali italiani, pur cresciuti dell’1,3% su base annua, risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. È il divario più ampio tra le principali economie dell’organizzazione.
Sarebbe però fuorviante attribuire tutto all’inflazione degli ultimi anni. Nell’Economic Survey dedicato all’Italia nel 2026, la stessa OCSE richiama infatti una stagnazione salariale che viene da lontano e la collega anche alla debole dinamica della produttività.
I dati Istat aiutano a comprendere le dimensioni del fenomeno. Tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro è aumentata mediamente appena dello 0,3% all’anno. Nel solo 2024 è addirittura diminuita dell’1,9%.
Poi c’è il fisco
Nel 2025 il cuneo fiscale per un lavoratore single con retribuzione media era pari al 45,8% del costo complessivo del lavoro, contro una media OCSE del 35,1%. L’Italia risultava così quinta tra i Paesi dell’organizzazione per livello del prelievo.
Il cortocircuito è evidente. Una produttività che cresce poco limita lo spazio per aumentare le retribuzioni; un costo del lavoro elevato rende più oneroso assumere e premiare; investimenti insufficienti frenano ulteriormente la produttività. E il meccanismo finisce per alimentare se stesso. Non a caso anche la Commissione europea ha richiamato il rischio che l’Italia rimanga intrappolata in un equilibrio fatto di bassi salari e bassa produttività.
È dentro questo quadro che dovrebbe essere affrontata qualsiasi riforma del lavoro. Cercare un unico responsabile — nell’imprenditore, nel sindacato o nelle norme poste a tutela dei lavoratori — significa probabilmente non aver compreso la natura del problema.
L’intuizione della destra sociale
Esiste, da questo punto di vista, una distinzione interna alla cultura politica della destra italiana che meriterebbe di essere riscoperta.
Da una parte, la destra liberale, che sul terreno del lavoro non è riuscita a produrre una vera riforma: si è fermata alla richiesta di maggiore flessibilità, meno vincoli e meno tutele, senza costruire un modello capace di far crescere insieme impresa e lavoratore.
Dall’altra, la destra sociale, che aveva elaborato una prospettiva diversa. Per superare le rigidità del sistema non puntava sulla completa individualizzazione del rapporto di lavoro, ma sul coinvolgimento dei lavoratori nella vita e nei risultati dell’impresa.
La parola centrale era un’altra: partecipazione.
Nel giugno del 1998 Alleanza Nazionale organizzò a Roma un convegno dal titolo già indicativo dell’impostazione culturale: “Partecipazione dei lavoratori nelle imprese: un modello europeo per l’occupazione, la flessibilità e la tutela del lavoro”. Tra i protagonisti figurava Alemanno, allora rappresentante di punta della destra sociale nel partito erede del MSI.
Alla base vi era il tentativo di superare la tradizionale contrapposizione tra capitale e lavoro. Non negando la diversità degli interessi, ma cercando di renderli almeno in parte convergenti: lavoratori maggiormente coinvolti nei risultati dell’azienda, partecipazione agli utili e alla vita dell’impresa, aumenti di produttività capaci di trasformarsi anche in un vantaggio economico per chi quella maggiore produttività contribuisce a generarla.
Non si trattava, dunque, di una posizione semplicemente antisindacale. Nel 2000, quando i Radicali promossero il referendum per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la Destra Sociale guidata da Alemanno, insieme all’Ugl, costituì un comitato per il No.
A distanza di oltre venticinque anni, qualcosa di quella intuizione è entrato perfino nell’ordinamento italiano.
La legge 76 del 2025 disciplina infatti la partecipazione gestionale, economica, finanziaria, organizzativa e consultiva dei lavoratori alle imprese, compresa la partecipazione agli utili e al capitale, dando concreta attuazione all’articolo 46 della Costituzione.
Ed è forse proprio da qui che dovrebbe ripartire una moderna riforma del lavoro.
Non dalla conservazione immobile delle regole esistenti, come se il mercato del lavoro non fosse profondamente cambiato. Ma neppure dall’illusione opposta, secondo cui sarebbe sufficiente cancellare tutele e contrattazione collettiva per fare ripartire salari e produttività.
Serve piuttosto ridurre strutturalmente il cuneo fiscale, favorire investimenti e innovazione, rendere più semplice premiare il merito e la produttività e, contemporaneamente, coinvolgere maggiormente il lavoratore nei risultati dell’impresa.
Significa, in definitiva, aggiornare le regole del lavoro senza tornare alla vecchia guerra tra “padroni” e “proletari”.
Perché dopo trent’anni di salari quasi immobili il vero fallimento italiano potrebbe essere proprio questo: avere continuato a considerare capitale e lavoro come due interessi destinati inevitabilmente a combattersi, invece di costruire un sistema nel quale entrambi abbiano nuovamente convenienza a crescere insieme.

