La vittoria del No al referendum costituzionale ha mietuto vittime illustri; non solo Matteo Renzi, ma sopratutto Area di centro che ora teme per il suo futuro.

La coalizione che vedeva l’Unione di Centro e il Nuovo CentroDestra alleate per rappresentare i moderati si è infatti spaccata: Cesa e il partito che fu di Pier Ferdinando Casini si sono schierati per il No, mentre Angelino Alfano ha attivamente fatto propaganda per il Sì.

Con la vittoria dei centristi “della prima ora” (l’UdC è infatti nato nel 2002 dalla fusione del Centro Cristiano Democratico con i Cristiani Democratici Uniti), il 6 Dicembre 2016 è arrivata la notizia dell’addio dei casiniani ad Area Popolare, che giungerà quindi alla dissoluzione.

Lo scenario attuale del centro italiano è per essere riduttivi problematico, specie se paragonato alla situazione di 3 anni fa.

Con la caduta del Governo Berlusconi IV nel novembre 2011, infatti, il sostituto Mario Monti riuscì a catalizzare l’attenzione dei centristi, che accettarono di coalizzarsi con lui. Una scelta che sembrava vincente: il sondaggio Ipsos dell’8 Febbraio 2013 vedeva il premier bocconiano secondo leader più gradito in Italia con il 33% dei consensi, dietro al solo Pier Luigi Bersani; il gradimento saliva addirittura fino al 55% tra gli elettori di centro.

Si giunse dunque alle elezioni con una coalizione a sostegno di Monti comprendente tre partiti: l’Unione di Centro, Scelta Civica a sostegno dell’Agenda MontiFuturo e Libertà per l’Italia rappresentato da Gianfranco Fini.

Il risultato elettore, date le premesse, è disastroso: alla camera la coalizione raggiunge il 10,56%, frutto di un 8,30% di Scelta Civica, di un 1,79% dell’UdC (reduce da un 6,51% conquistato alle europee di 4 anni prima) e di un misero 0,47 per il FLI di Fini. Peggio ancora al senato, dove il gruppo a sostegno del presidente del Consiglio uscente non arriva al 10%. Paradossalmente, all’estero la coalizione di Scelta Civica ottiene il 18,42% alla camera e addirittura il 19,82% al senato.

La prima delle tre liste a crollare è stata quella di Fini, nata dopo il “tradimento” dell’ex leader di Alleanza Nazionale nei confronti di Berlusconi. Dopo che il controllo di FLI è passato da Fini a Menia, quest’ultimo ha deciso di interrompere l’attività politica dello stesso nel maggio 2014.

La seconda, complice la partecipazione nei governi Letta e Renzi, è stata Scelta Civica: dopo essersi presentata in coalizione con il Centro Democratico di Tabacci e Fare per Fermare il Declino sotto il nome di Scelta Europea e a sostegno di Guy Verhofstadt, raccogliendo solo lo 0,72% dei voti (l’anno prima le tre liste unite rasentavano il 10%), il partito si è poi via via accostato al Partito Democratico, passando poi il 7 Dicembre alla fusione con ALA, il gruppo parlamentare di Denis Verdini.

L’Unione di Centro, letteralmente “sedotta e abbandonata” da Mario Monti, ha trovato poi un valido alleato per rilanciarsi nel Nuovo Centrodestra, nato dalla scissione tra gli alfaniani e i berlusconiani di Forza Italia al termine dell’esperienza del Popolo della Libertà. Alfano e Casini infatti corrono insieme alle Elezioni Europee del 2014, nella lista civica che poi sarebbe divenuta Area Popolare.

L’unico dato politico raccolto sul territorio nazionale da AP è appunto quello delle europee, in cui si è raggiunto il 4,38% necessario per eleggere deputati in seno al Parlamento Europeo: il risultato poteva apparire basso, trattandosi di due partiti, ma va considerato sia il momento negativo dell’UdC sia la fondazione recentissima di NCD.

Tuttavia, con la fine di Area Popolare, si apre una nuova epoca per il centro. Con Scelta Civica ormai accorpata con Verdini, l’NCD e l’UdC a correre da soli portandosi via consensi a vicenda, il Centro rischia, alle prossime elezioni del 2018 (o del 2017) di uscire dal parlamento. Per la prima volta dopo 70 anni di storia repubblicana.