Hanna Arendt: come amare un antisemita da ebrea

Una donna e un uomo, un’ebrea ed un nazionalsocialista, un’allieva e un docente, una miriade di avversità che ne consegue. Quale legame possibile? Una filosofia.

È quanto sostiene Jean – François Malherbe, docente presso l’Università di Trento, ne La democrazia a rischio d’usura. L’etica di fronte alla violenza del credito abusivo, saggio pubblicato in una prima versione francese dall’omonimo titolo La démocratie au risque de l’usure. L’éthique face à la violence du crédit abusif nel 2004 e successivamente tradotto nel 2015. Martin Heidegger, docente presso l’Università di Merburgo, Hanna Arendt alunna presso la medesima facoltà.

Una relazione complicata e impossibile che ricorre costantemente, tantoché la giovane filosofa ebrea ne dichiara essere la diretta fonte di ispirazione per l’idea di «pensare» che elabora nel corso della sua esperienza filosofica. Ella ritiene una prerogativa fondamentale di ogni essere umano il «dovere di pensare», pertanto, nonostante il suo amore per il filosofo nazista, non rinuncia mai a dichiarare quanto ella pensa. Ella non si arrende e trova una giustificazione a quanto fatto e pensato dall’amante nel corso della storia. «[…] si è lasciato ghermire dalla tirannide della ragione, il che è inevitabile quando ci si creda capaci, grazie alla filosofia, di scoprire la verità per l’uomo in quanto tale». Martin Heidegger, agli occhi della filosofa, ha indirettamente riconosciuto i suoi errori, egli non ha tentato di mascherare il fenomeno terrificante del nazismo, la donna dichiara pertanto una presa di coscienza silenziosa della colpa per essersi fatto catturare dalla tirannide della ragione. Ciò che contesta è il fatto che lui non ne abbia fatto una dichiarazione spontanea, alla luce del sole.

«Un coniglio? O una pecora?» si potrebbe azzardare a dire in gergo odierno. Quanto dichiara la Arendt è che sotto la tirannide della ragione l’uomo perde la propria individualità e interiorità. Dunque, ella si chiede:«L’attività del pensiero in quanto tale, vale a dire l’abitudine di esaminare e riflettere su tutto ciò che accade, a prescindere dagli effetti dell’evento, può forse essere di natura tale da condizionare gli uomini e prevenirli dal fare il male?». E risponde:«Senza l’attività del pensare e dell’esaminare problemi la vita non soltanto non sarebbe degna di essere vissuta, ma non sarebbe neppure una vita reale, di gente davvero viva. La triste verità è che il male per lo più è commesso da persone che non hanno mai deciso se essere buone o cattive, da persone ciò che ignorano il dialogo interiore, che non conoscono affatto la coscienza morale».

Hanna Arendt ha giustificato Martin Heidegger, dunque, c’è la possibilità di chi potrebbe azzardare una critica relativa ad un tentativo di soccombere la questione del nazionalsocialismo?

Giulia Trainotti