L’attualità del Cannibal Holocaust di Deodato

Probabilmente  Ruggero Deodato aveva già intuito la portata della propria opera quando si presentò di fronte ad un tribunale romano per rispondere dell’accusa di aver violato il buon costume con la proprio nuovo film “Cannibal Holocaust“.

Una pellicola violenta e scomoda, un viaggio nei meandri della natura umana, il risultato che supera il progetto iniziale generando una creatura di genere assolutamente nuovo e dai risvolti mediatici  imprevedibili. Fin dalla prima uscita nelle sale il film venne colpito da una forte ondata di censura che lo eliminò praticamente da tutte i cinema del pianeta, rendendolo tuttora un pezzo cult praticamente indisponibile.

Una trama semplice quanto insolita. La storia è suddivisa in due separate linee narrative. La pellicola comincia con il viaggio del professor Monroe nella profondità della foresta amazzonica per cerare di capire quale sia stato il destino di una precedente spedizione di alcuni giornalisti specializzati in reportage “estremi” che si era avventurata in quello che viene definito “Inferno Verde” con lo scopo di studiare le tribù cannibali. Nel corso della spedizione, dopo aver visto torture e barbarie indicibili il Professore troverà i miseri resti dei quattro reporter e ciò che rimane della pellicola che avevano girato durante la loro esplorazione. La seconda parte del film si concentra appunto sul viaggio dei quattro sventurati e con il passare dei minuti e dei fotogrammi prende forma, tra una scena truculenta e l’altra, un’attenta e molto spinta riflessione sull’incontro fra due categorie perfette  riconducibili ad un unico essere vivente imperfetto per propria intrinseca natura: l’uomo.

Deodato toglie ogni inutile dettaglio e poesia al proprio racconto, lo rende semplice, lineare e atroce. I reporter incontrano gli indigeni e dopo essere entrati in contratto con loro cominciano a maltrattarli, umiliarli e ucciderli per puro divertimento e disprezzo, per poi finire massacrati dalla furia degli autoctoni inferociti. La pellicola è stata molto criticata per la rappresentazione realistica di torture e mutilazioni e per la reale uccisione di alcuni animali ma ciò che è sempre rimasto nell’ombra è la carica morale che racchiude il film. Si pone per la prima volta l’attenzione sul fatto che la brutalità e la cattiveria sono parte dell’uomo, indipendentemente dal suo grado di sviluppo e “civilizzazione”, fare del male ai propri simili e alla natura gli piace e da buon neorealista di formazione ( Ruggero Deodato era assistente di Rossellini) il regista riesce ad esprimere il sentimento insito nella sceneggiatura con un naturalismo crudo nella propria brutalità. Il tutto condito con il stupendo arrangiamento musicale del maestro Riz Ortolani.

Il tema del cannibalismo non era nuovo a Deodato che era definito “il signor Cannibale” per aver girato numerose pellicole appartenenti al cosiddetto genere dei Cannibal Movies molto in voga negli anni ’70.

Con “Cannibal Holocaust” però il regista supera decisamente il confine del genere regalando al Cinema una pellicola che incarna nella propria intrinseca natura il carattere stesso della definizione “Avanguardia”. Il lavoro nel complesso sembra una vera e propria gara con i limiti della regia tradizionale. Oltre ai contenuti molto spinti di cui si è già parlato, gli aspetti tecnici e il contesto ambientale in cui Deodato si è ritrovato a girare hanno dell’incredibile.

Tutti gli effetti speciali (talmente realistici da aver portato molti a gridare allo Snuff  Movie) furonoprodotti sul posto a costi davvero irrisori rispetto a quello che spende oggi Hollywood per ottenere risultati nemmeno paragonabili. Come comparse vennero utilizzati dei veri indigeni e rimane ancora ignota la maniera con la quale si riuscì a coordinare in maniera così impeccabile le riprese con personale non solo non professionista ma anche poco abituato alla stabile presenza della civilizzazione.

Il film controverso vide inoltre la presenza nel cast di un “insospettabile” Luca Barbareschi che fu, in base ad una sua dichiarazione, minacciato dagli animalisti per una scena nella quale uccide un maialino a fucilate. Una significativa performance la sua, con una grande capacità di recitazione e un’ espressività che a frequentemente riusce a rendere lo spirito della pellicola meglio delle scene stesse.

In questi giorni si sta assistendo a critiche non troppo lusinghiere a “The Green Inferno”, il tributo di un fan di Deodato come Eli Roth (Hostel I, Hostel II) che ha cercato di rendere un tributo a “Cannibal Holocaust”, secondo molti non andandoci nemmeno vicino.

Resta il fatto che il cult di Ruggero Deodato rimane un traguardo per il cinema Horror nostrano, un pezzo di storia abbandonato nel dimenticatoio che troppo spesso spetta alle pellicole di avanguardia. L’opera in questione rappresenta forse il più grande tentativo del cinema nostrano di rompere le catene del perbenismo e andare a sfiorare nuove cime, o nuovi abissi, questo è indubbiamente soggettivo.

Meglio sicuramente di certo “piattume” comico in cui sembra davvero sprofondato il cinema italiano di oggi.

Nicola Rinaldo