Referendum catalano: perché non è altro che una buffonata

Il referendum sull’indipendenza della Catalogna che ha sconvolto la Spagna e l’Europa ha visto in definitiva la vittoria del “Sì” al quesito scissionista. Nelle prossime ore si capirà che valore acquisirà questo risultato, giudicato a più riprese incostituzionale dalle Corti spagnole.
Per comprendere però la portata – se così si può dire – di questo evento bisogna capire quanto reale sia la forza indipendentista catalana. Zero. Nulla. Nisba. Nonostante il martellamento della politica locale catalana e nonostante la strategia contrastiva fallimentare di Rajoy, hanno partecipato alla votazione circa la metà degli aventi diritto. Non si è trattato dunque di un plebiscito come molti fautori dell’indipendentismo catalano vogliono far credere.
Non c’è nemmeno una tradizione storica alla quale agganciarsi. In vista del referendum di Veneto Lombardia del 22 ottobre spesso sono tornati alla ribalta simboli della Repubblica di Venezia, del Ducato di Milano, del Regno Lombardo-Veneto. Che, pur essendo una costola dell’impero austriaco, erano comunque legati da una forte collaborazione. Per restare nel mondo culturale spagnolo, lo stesso Pais Vasco – noti in Italia come Paesi Baschi – ha più ragione di esistere.
I baschi infatti erano indipendenti e furono assoggettati contrariamente alla volontà di popolo e regnanti alla corona di Castiglia, salvo poi essere divisi tra Regno di Spagna e Regno di Francia. Nel caso in cui membri della stessa comunità siano separati tra due stati può sussistere il principio fondante di un’indipendenza, incentivata da una storia comune che forma un sentimento nazionale.
La Catalogna non ha tutto ciò. Di base la Catalogna non esiste. E non è mai esistita! C’è stata una Contea di Barcellona, istituita da Carlo Magno nelle prime fasi della Reconquista. Nel 1162 la Contea si unì al Regno d’Aragona e da quel momento la Catalogna come Stato indipendente ha cessato di esistere. Il referendum per l’indipendenza della Catalogna avrebbe dunque un senso storico se a votare per entrare in un unico stato ci fossero anche l’Aragona, la Comunidad Valenciana, in Sicilia e a Napoli.
Non esiste nemmeno un motivo linguistico a giustificare il referendum farsa. Premesso l’enorme rispetto che il governo centrale di Madrid nutre per tutte le varietà dello spagnolo, tanto che in comunità autonome come la Galizia è concesso l’uso della locale lingua gallega di fianco al castigliano, il catalano non è parlato solo in Catalogna. Ci sono altre comunità catalane nella stessa Spagna, come ad esempio le isole Baleari. Altre sono al di fuori del Regno di Spagna, come il Rossiglione francese o la città di Alghero in Sardegna. Quindi il corpo elettorale si allarga ulteriormente.
Non c’è nemmeno un motivo economico che possa supportare tutto ciò. Come facilmente dimostrabile, il residuo fiscale della Catalogna è sì in positivo, ma meno della Comunità Autonoma di Madrid. Non si crea dunque il presupposto alla base del referendum lombardo-veneto dei prossimi giorni. Il concetto “non voglio pagare per gli sprechi altrui” in Catalogna non sussiste. E rimane ancora tutta da decifrare la tenuta economica di un sedicente stato catalano fuori dall’UE e dall’Euro.
La verità è che l’unico, reale, motivo di questo referendum farlocco è puramente ideologico. La Catalogna è storicamente una delle colonne portanti della sinistra spagnola, in contrasto con Madrid fulcro della destra prima franchista e adesso centrista. La crisi politica che ha investito il paese, governato da 6 anni da Mariano Rajoy, non ha certo aiutato ad allentare le tensioni.
Non è un caso che molti dei manifesti a favore dell’indipendenza siano contornati da simboli come il garofano rosso, la bandiera arcobaleno, la bandierina antifascista. Tutti marchi che al tempo della Contea di Catalogna erano qualcosa di pressoché impensabile. Senza parlare dello slogan Welcome Refugees nella prima delle aree liberate dalla dominazione musulmana ai tempi di al-Andalus.
Tramite violenze reciproche e una stretta contro la Costituzione, la Catalogna vorrebbe rendersi indipendente con 2.020.144 voti – fonte la Generalitat de Catalunya – che non sono nemmeno un terzo degli abitanti della regione stessa. Un po’ come se si indicesse un referendum per la ricostituzione del Regno delle Due Sicilie e i voti favorevoli di Campania e Sicilia bastassero a decidere il futuro di Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria. Alla faccia della democrazia tanto sbandierata e decantata dai catalani.
Nota a margine, il partito più secessionista d’Italia si è spaccato sul tema. Da un lato Matteo Salvini ad appoggiare questa consultazione con tanto di bandiera in bella vista su una foto pubblicata dai suoi profili social. Dall’altro Luca Zaia, intento ad elencare passo passo perché l’indipendentismo catalano sia visceralmente differente dall’autonomismo veneto. Da un lato San Marco dall’altro il Barça. Da un lato gli hashtag, dall’altro i libri di storia.
Riccardo Ficara