La Polonia approva la legge sull’Olocausto negando il collaborazionismo

Il Senato polacco, dove è presente una forte maggioranza del partito conservatore Diritto e Giustizia di Jaroslav Kaczynski, a notte fonda, ha approvato la legge sull’Olocausto, secondo la quale chi associa o considera complice lo Stato polacco alla tragedia dello scorso secolo è perseguibile penalmente e rischia fino a tre anni di reclusione. La controversa legge vige anche per coloro neghino le violenze effettuate dai nazionalisti ucraini ai danni dei polacchi avvenute sempre nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Immediate le reazioni da parte di Piattaforma Civica, il partito all’opposizione , le quali, però, potevano opporre solo 25 senatori contro i 57 appartenenti alla maggioranza di governo che hanno votato a favore.  All’opposizione si sono aggiunti i massimi centri di ricerca, in primis  lo Yad Vashem ovvero l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, il quale ha affermato che la legge rischia di: “rendere confusa la verità storica riguardo l’aiuto che i tedeschi ricevettero dalla popolazione polacca durante la Shoah”.
 
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha richiesto un cambiamento al testo di legge rilasciando queste parole: “non abbiamo alcuna tolleranza per la falsificazione della verità, per la riscrittura della storia o per la negazione dell’Olocausto”. Uno scherzo amaro ad Israele, in quanto poche settimane fa il Premier di Tel Aviv aveva lodato la Polonia, che assieme all’Ungheria erano state le uniche nazioni europee a non mettere il veto contro il trasferimento dell’Ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme.
Il presidente del Consiglio europeo, nonché ex premier polacco, Donald Tusk prende le distanze dalla decisione del suo paese e sul proprio profilo privato di Twitter afferma che definire il lager nazisti campi polacchi è una diffamazione che danneggia il buon nome della Polonia, nazione che si è sempre opposta al nazismo combattendolo eroicamente durante la guerra su tutti i fronti europei, ma la legge approvata dal senato polacco è uno strumento per: “promuovere questa vile calunnia in tutto il mondo, efficacemente come nessuno ha mai fatto prima”.
 
Secondo l’iter legislativo di Varsavia, l’ultima parola spetta al presidente Andrei Duda che dovrà decidere se apporre o meno la propria firma. La Polonia nel recente periodo ha dimostrato una pericolosa involuzione antidemocratica, in particolare la riforma costituzionale con la quale è stata fortemente ridotta l’autonomia della magistratura,  questo processo è accompagnato dalla nascita di sempre più forti movimenti neonazisti destando notevoli preoccupazioni nel resto dell’Unione Europea. A questo riguardo Efraim Zuroff, direttore del “Wiesenthal Center” afferma che: “Il problema è che oggi si tende a cancellare quella memoria autoassolvendosi mentre in Europa, non solo all’Est ma anche in Paesi come la Francia, si profanano cimiteri ebraici o si aggrediscono adolescenti solo perché portano la kippah”.
Infine, molto brutale è l’affermazione all’inizio del saggio “Antisemitismo in Polonia” del professor Stefan Zgliczynski avente come incipit “Polska jest krajem antysemickim. (La Polonia è un Paese antisemita)”, all’interno del quale cerca di far comprendere come ancora oggi l’antisemitismo sia qualcosa di radicato nell’animo dei cittadini polacchi come il cattolicesimo. La Polonia resta tutt’ora una nazione ossessionata dall’omogeneità al proprio interno, basti considerare il forte rifiuto che oppone ad ospitare i rifugiati politici di credo non cattolico.
 
Tutte le nazioni hanno vissuto periodi difficili e tristi di cui ancora oggi è difficile parlarne. In Polonia, così, come in qualsiasi altra nazione, ci sono state persone che hanno rischiato la propria vita per salvare quella di altri divenendo Giusti delle Nazioni, ma allo stesso tempo altri che si sono macchiati dei peggiori crimini. Le leggi che cercano di occultare fasi della storia sono dolorose e fanno correre il rischio di risvegliare sentimenti violenti mai assopiti all’interno delle comunità.
Stefano Peverati