Volo su Vienna: le difficoltà per la realizzazione del volo

Il celebre volo su Vienna, compiuto dagli aerei SVA (Savoia, Verduzio, Ansaldo) della 87 Squadriglia “Serenissima” al comando del Maggiore Gabriele D’Annunzio, fu ideato e voluto molto prima del 9 agosto 1918, ma l’opposizione del Comando Supremo alla partecipazione del poeta, il quale se fosse caduto in mano austriaca avrebbe giovato notevolmente alla loro propaganda, assieme ai limiti della tecnologia del tempo ne rimandarono l’attuazione.
D’Annunzio aveva pensato al raid su Vienna ancora l’anno precedente al suo effettivo svolgimento, ma nei reparti di volo del Regio Esercito solo i grandi bombardieri Caproni Ca 3 erano in grado di coprire i circa mille chilometri che separavano la base di San Pelagio, a sud di Padova, dalla capitale dell’Impero di Austria e Ungheria. Il poeta, però, già da tempo stava collaborano assieme ad i tecnici della Pomilio, fabbrica aeronautica torinese che aveva la licenza di produzione degli aerei SVA, per porre dei correttivi volti a migliorare l’autonomia dell’aereo. I problemi vennero risolti da un giovane ed allora sconosciuto caporeparto di nome Ugo Zagato, il quale diventerà una delle matite più celebri della storia dell’automobile.
Un altro problema che afflisse gli ingegneri della Pomilio fu l’installazione di un secondo seggiolino a bordo del velivolo SVA che era un aereo monomotore, ma D’Annunzio non era in possesso del brevetto di volo. Il lavoro svolto non fu semplice e durante i collaudi lo SVA biposto venne distrutto, solo grazie al tempestivo intervento di Giuseppe Brezzi ne venne trasformato un altro in tempi molto celeri, attraverso la modifica di un serbatoio in seggiolino.
Risolti gli inconvenienti tecnici i problemi non erano finiti: un primo tentativo del volo in formazione venne provato il 2 agosto con esiti negativi. A causa della nebbia, i tredici aerei dovettero desistere ed in alcuni casi fare atterraggi di fortuna, durante queste manovre tre aerei vennero danneggiati al punto da essere considerati non utilizzabili. Il giorno 8 venne tentato un ulteriore volo, ma con lo stesso esito del precedente. All’alba del 9 Agosto, a San Pelagio, D’Annunzio radunò a se i suoi più fidati ufficiali e compagni di volo e disse:”Se non arriverò su Vienna, io non tornerò indietro. Se non arriverete su Vienna, voi non tornerete indietro. Questo è il mio comando. Questo è il vostro giuramento. I motori sono in moto. Bisogna andare. Ma io vi assicuro che arriveremo. Anche attraverso l’inferno. Alalà!“.
Alle ore 05:30 undici aerei Ansaldo SVA staccarono le ruote da terra dal campo di volo del padovano puntando su Vienna. Sfortunatamente tre aerei – a causa di problemi tecnici – fecero presto ritorno alla base, compreso il futuro trasvolatore S. Ten. Arturo Ferrarin. Peggio andò al Ten. Giuseppe Sarti che a causa di una grave avaria al motore dovette atterrare a Wiener Neustadt finendo prigioniero. Nonostante ciò, alle ore 09:20 i rimanenti aerei dalla quota di 800 metri in formazione stretta sganciarono i volantini sulla città per poi tornare incolumi alle 12.40 a San Pelagio.
Un’impresa eccezionale, nella quale venne dimostrata la caparbietà e l’ingegno degli italiani nel poter compiere un’azione ritenuta quasi impossibile e provocando enorme sgomento al fronte avversario. Infatti, nonostante fosse stato un atto pacifico, il Regno d’Italia aveva dimostrato di possedere il dominio dell’aria.
 
Stefano Peverati