I social e l’epoca dei frustrati reietti che ignorano il “Parce sepulto”

C’è una guerra, là fuori: prima ne prenderemo atto e meglio sarà.

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Duemila anni fa, esisteva la schiavitù per debiti, la gente veniva giustiziata crocefiggendola e un disertore si puniva legandolo in un sacco con dei serpenti e gettandolo nel fiume: erano tempi in cui la ferocia non era limitata dalla religione o dalla morale.

Duemila anni fa, nel terzo libro dell’Eneide, il fantasma di Polidoro, assassinato giovanissimo, esortava Enea con la formula, divenuta proverbiale: parce sepulto!

E’ una regola che, attraverso i secoli, è giunta fino a noi: rende sacra, cioè intoccabile, la figura del defunto. Quando muori, sembra volerci dire Virgilio, cadono tutte le tue colpe, i tuoi difetti: non sei più un traditore, un cattivo consigliere, un nemico, ma diventi spirito. Questa cosa, ribadisce il Foscolo, ci fa diversi dalle belve: è uno dei fondamenti del nostro essere umani.

Dunque, come definire quelli che, sui social media, hanno gioito della morte prematura di Jole Santelli, governatrice della Calabria, uccisa dal cancro, insultandola con ingiurie feroci? In quale categoria zoologica collocare l’insegnante genovese che ha gioito della scomparsa della Santelli con parole indegne di un essere umano? Come giudicare i post di tanti miserabili, che celebravano la morte della governatrice come una liberazione e gli ancor più numerosi vigliacchi anonimi che hanno posto il loro “like” sotto quelle frasi disgustose? Lascio a voi la scelta degli aggettivi: io vorrei sottoporvi un’ulteriore riflessione, che abbraccia un problema ancora più grande di questo orrendo fatto di cronaca.

Quell’odio bestiale, quell’assoluta mancanza di umanità, quel non fermarsi dinnanzi a nessun tabù morale, esiste da tanto tempo: è sempre lo stesso e identifica sempre la stessa categoria antropologica. Fece applaudire il consiglio comunale di Milano alla notizia della morte di Ramelli, fece imbrattare le lapidi che ricordano gli infoibati, fece distruggere le targhe che onorano le vittime della violenza politica e, oggi, fa insultare una morta, perché nemica, perché appartenente agli odiati altri.

E’ la stessa rabbiosa violenza: sempre la stessa assoluta assenza di pietà. E, dunque, forse, dobbiamo prendere atto che, in Italia, esiste un partito trasversale, che non ha mai accettato le regole della civiltà, prima ancora di quelle della democrazia: un partito che non ha bandiera né statuto e che basa la propria esistenza sull’odiare indiscriminatamente gli avversari, senza regole, senza limiti. E’ un partito che raccoglie le frustrazioni, l’ignoranza, la furia animalesca di rifiuti della società: gente che proclama la propria appartenenza al pensiero di sinistra o dei 5 stelle (se avessero una linea di pensiero tracciabile), ma che, in realtà, è solo un rigurgito della suburra e proprio quel pensiero tradisce e svillaneggia.

Perché, in Italia, esiste una sinistra perbene, civile, rispettosa delle regole: chi sia di destra li deve considerare avversari, ma deve trattarli nobilmente e riconoscerne la correttezza e l’onorabilità. Questi no: questi che vomitano veleno su di una donna morta a cinquant’anni di cancro, no! Questi non sono avversari: questo è il nemico. E non vanno confusi con la controparte politica: questo è un nemico antropologico. Ecco, volevate una definizione di “male assoluto”? Costoro sono il male assoluto: un male senza giustificazioni, senza attenuanti, in definitiva, senza senso.

E non basta indignarsi: è finito il tempo dei duelli al primo sangue, con la stretta di mano finale e il bicchierino di brandy. Questa marea montante di barbarie, questa ignoranza che si coniuga con la più turpe violenza verbale, va combattuta: bisogna attivarsi per restituire un po’ di civiltà a questo Paese e per isolare senza pietà chi propaga questo virus, mille volte peggiore di qualunque pandemia.

C’è una guerra, là fuori: prima ne prenderemo atto e meglio sarà.

Marco Cimmino