Quanti sono i morti di solo Covid e cosa dice l’ultimo rapporto dell’ISS: il fact-checking

I dati mostrano il cambiamento nel tempo del quadro clinico

L’analisi dell’Istituto superiore di sanità sulle cartelle cliniche di 4400 pazienti deceduti non lascia spazio a fraintendimenti: solo 160 dei pazienti deceduti non avevano patologie pregresse.

Considerando che da inizio pandemia in Italia i decessi “ufficiali” per Covid riguardano una platea di ben 37.700 deceduti questa è sicuramente una indagine condotta su un campione ridotto. Un numero esiguo, che tuttavia fa ben comprendere, in percentuale, quanti sono i morti di solo Covid. Un campione che, analizzato oltre quelli che sono i numeri quotidiani “secchi” dei bollettini che tutti i giorni i media ci danno, ci fornisce un quadro della malattia del tutto differente. O quasi. Perché è vero che il virus corre, ma rapportato a quante morti lascia dietro il suo percorso quest’ultimo appare del tutto ridimensionato.

I dati mostrano il cambiamento nel tempo del quadro clinico.

E a confermarlo, nel suo nuovo Rapporto, è l’Istituto Superiore di Sanità. Che sul Covid (in questa fase attuale) afferma quanto “con il passare del tempo, si evidenzia, in percentuale, un netto incremento dei casi asintomatici e paucisintomatici (come già riportato QUI) e una marcata riduzione dei casi severi e dei decessi”. Mentre nelle prime settimane dell’epidemia “si riscontrava una maggiore percentuale di casi severi, critici e di deceduti positivi diagnosticati mediante tamponi effettuati post-mortem”.

Parole che, guardando al lato del bicchiere mezzo pieno, fanno sicuramente ben sperare e (sempre considerando con estrema attenzione la situazione epidemiologica del nostro Paese), danno una visione d’insieme certamente differente. Si consideri infatti che su 4.400 pazienti solo in 160 casi i morti sono di “solo” covid, in 599 casi i pazienti presentavano una patologia pregressa, in 874 due patologie, mentre infine in 2.767 (dunque la maggioranza) dalle tre o più patologie, con una età media dei deceduti che si attesta su 80 anni (mediana 82 in un range che va da 0 a 109). Le donne sono solo il 42,7%. Sull’intera platea solo il 3,5% dei pazienti deceduti non presentava nessuna patologia pregressa. Il 13,3% solo una, mentre il 19,6% due patologie e il 63,6% dalle tre patologie pregresse in su, con un tasso di mortalità complessivo che oscilla tra lo 0,25 e lo 0,40%. Tra le cause principali cardiopatie ischemiche, ma anche ipertensione arteriosa, scompenso cardiaco, demenza, insufficienza renale cronica e respiratoria (quest’ultima la più comune nel 94,2% dei pazienti), ma anche malattie autoimmuni e cancro attivo negli ultimi 5 anni di malattia.

Considerando i 36.806 deceduti, al 22 ottobre, sono 412 (l’1,1%) i deceduti di SARS-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni. In particolare, 90 di questi avevano meno di 40 anni (60 uomini e 30 donne con età compresa tra 0 e 39 anni). Di 12 pazienti di età inferiore ai 40 anni non sono presenti, stando al rapporto, informazioni cliniche, ma dei restanti 64, si scopre che presentavano gravi patologie, come appunto patologie cardiovascolari, renali, psichiche, diabete e obesità. Solo 14 non avevano diagnosticate patologie di rilievo.

Numeri alla mano che, come dicevamo, ci danno un quadro certamente ridimensionato del fenomeno, che non deve tuttavia farci credere che il rischio non esista. Abbiamo già visto come nessuno sia esente dal contagio. Un contagio che, al netto di un tasso altissimo, corre veloce. E che bisogna limitare immediatamente al fine di contenere l’espansione di una curva che potrebbe mandare a breve in tilt il nostro sistema sanitario nazionale (più attrezzato di prima, ma comunque limitato), al fine di consentire a tutti i pazienti (anche quelli non soggetti a positività da Covid) le giuste cure. Se così non sarà, il rischio collaterale di morti e pazienti – quest’ultimi impossibilitati nelle cure – è, e sarà, molto alto.

Per tenere sotto controllo la curva e tracciare in maniera più efficace tutti quanti, (al netto di casi che, secondo Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, raddoppiano di settimana in settimana, pur con terapie intensive ancora sotto al livello di guardia nonostante manchino medici e sanitari) il governo ha già stanziato, attraverso il decreto Ristori nella giornata odierna, ben 30 milioni di euro al fine di effettuare i tamponi rapidi dal medico di base e dal pediatra. Il costo del singolo tampone effettuato nello studio del medico sarà di 18 euro, quello che verrà realizzato nelle asl dallo stesso medico costerà invece 12 euro. Dopo aver destinato solo un decimo alla sanità nell’ultima manovra, si potrebbe dire “meglio tardi che mai”. O per meglio dire: “meglio di niente”.

di Giuseppe Papalia