Se il “Gabin” è portator di palanche

Se, nella scorsa puntata, abbiamo esaminato la spinosa questione dell’inclusività trentina, credo che, per senso di giustizia, oggi si debba anche tener presenti le caratteristiche, non sempre amabili, degli ospiti verso cui questa inclusività andrebbe esercitata.

Perciò, dopo la fenomenologia rendenese, vediamo un po’ quella del giargiana d’importazione, che, qui da queste parti, si chiama ‘gabin’. Il gabino è, per solito, un pretenzioso sprovveduto, che si accompagna a due detestabili atteggiamenti: quello di voler mantenere, in uno scenario affatto diverso, le proprie abitudini cittadine e quello di pensare di aver capito tutto di un mondo di cui, in realtà, non ha capito un bel nulla.

Sicchè, il nostro gabino si presenta al bar e immagina di poter recitare la cerimonia dell’aperitivo milanese tra i vecchi e gloriosi tavolini del “Nazionale” o, peggio, seduto sulle panche di Malga Cioca: strepita ad alta voce al cellulare, apostrofa la nidiata di pargoli, decanta all’ospite le meraviglie locali, confondendo Baschenis con Moroni.  

E, soprattutto, invade ogni spazio, satura ogni buco, con le sue improbabili automobili o le sue motociclette rombanti: cerca pizze e spressa, aria pulita ed erbetta smeraldina. In realtà, si comporta esattamente come certi parassiti: consuma, inquina, devasta. La gente rendenera sopporta il gabino, perché significa palanche, ma, dentro di sé, lo maledice: appena quello si gira, lo sguardo cordiale si tramuta in un’occhiata in tralice, piena di disprezzo.

E il gabino dà il meglio di sé quando si dedica all’escursionismo: lo puoi vedere arrancare sul sentiero delle cascate o su quello che porta al “Casinei”, che sono poco più che passeggiate per convalescenti, bardato con l’intero campionario di Decathlon, mentre, a ogni tornantino, esclama: ci siamo! Quando raggiunge un punto panoramico, perloppiù, in funivia, il gabino si produce in pittoresche descrizioni dell’arco alpino, in cui Cima Lancia diventa la Presanella, la Busazza diventa il Gabbiolo e viceversa e, di solito, dal Doss appare, miracolosamente, la nord dell’Adamello, che, naturalmente, è, in realtà, il Lares.

Il gabino sa tutto e tutto conosce: è un formidabile esperto di ogni esperienza e ti indicherà, infallibilmente, il posto dove si mangia il vero cibo trentino e l’ansa della Sarca in cui più occhieggiano le trote. L’apoteosi, infine, viene raggiunta quando salgono in valle degli amici o dei conoscenti del nostro gabino, attratti da qualche pubblicità televisiva o, più spesso, dal ritiro della squadra del cuore: è allora che il Nostro si produce nella performance suprema, improvvisandosi guida e anfitrione e, va senza dire, attirandosi odio e sberleffi a iosa.

Insomma, se Atene piange, Sparta non ride: se il Trentino, talvolta, ha il brutto difetto di sputare nel piatto in cui mangia, il forestiero non è sempre uno che entra in punta di piedi, rispettando l’ambiente e la comunità che lo accolgono.

Bisognerebbe avere pazienza, tanta pazienza, tutti quanti. E sopportarci. E cercare di romperci le balle a vicenda il meno possibile.

Ma mi rendo conto che è una cosa un po’ difficile.

Marco Cimmino